Schopenhauer e Freud: l’origine filosofica dell’inconscio e le radici profonde della “psicoanalisi”
Sigmund Freud trasse ispirazione da numerosi filosofi nel formulare la sua teoria dell’inconscio, ma pochi influenzarono il suo pensiero quanto Arthur Schopenhauer. Concetti centrali della psicoanalisi, come la rappresentazione, l’esistenza dell’inconscio, gli impulsi e la sofferenza come parte integrante della vita psichica, erano già presenti nell’opera del filosofo tedesco, ben prima dell’avvento della psicologia dinamica. Uno dei concetti cardine del pensiero schopenhaueriano è quello di rappresentazione. Secondo Schopenhauer, l’essere umano vive nell’illusione che il mondo sia ordinato e governato dalla razionalità e dal progresso. Tuttavia, la realtà che si cela dietro questa apparenza è ben diversa: al di sotto della superficie ordinata del mondo si nasconde una forza cieca, irrazionale e incessante — la volontà — che muove ogni cosa senza alcuno scopo consapevole (Schopenhauer, 1819/2014). Freud fu profondamente colpito da questa visione, al punto da integrarla nella propria concezione dell’apparato psichico. Come Schopenhauer, egli concepisce l’uomo come dominato da forze interiori inconsce, difficili da controllare. Nella teoria freudiana, tali forze si incarnano nell’Es, sede degli impulsi primari, e nel Super-Io, struttura che interiorizza norme e divieti sociali. Tuttavia, se per Schopenhauer l’unica via di liberazione consiste nella rinuncia ai desideri, Freud crede nella possibilità di un compromesso tra pulsioni e realtà, ottenibile attraverso la conoscenza di sé e il lavoro analitico. Nel suo capolavoro Il mondo come volontà e rappresentazione, Schopenhauer afferma che ciò che chiamiamo “realtà” non è altro che una rappresentazione prodotta dalla nostra mente: un velo illusorio che nasconde la vera natura del mondo, dominata da una volontà incessante che genera desiderio, lotta, sopravvivenza… senza mai concedere una pace definitiva. La vita, secondo questa visione, è intrinsecamente sofferenza, perché il desiderio non trova mai soddisfazione duratura.
Le tre tesi fondamentali del pensiero di Schopenhauer: volontà, sofferenza e rappresentazione
Il pensiero di Arthur Schopenhauer rappresenta una delle voci più originali e radicali della filosofia moderna. Lontano dall’ottimismo razionalista e dall’idealismo hegeliano dominante nel suo tempo, egli sviluppa una visione del mondo fondata su tre concetti cardine: la volontà, la sofferenza e la rappresentazione. Questi nuclei tematici si intrecciano per delineare una metafisica del desiderio e del dolore, in cui l’uomo è visto come espressione di una forza cieca e incessante.
1. La volontà rappresenta l’essenza della realtà nella visione di Schopenhauer
Nel cuore della filosofia di Arthur Schopenhauer (1788–1860) si annida una concezione radicale e profondamente innovativa della realtà: quella che identifica la volontà come principio metafisico universale. Con quest’idea, il pensatore tedesco rompe con la tradizione filosofica occidentale che, da Platone fino a Kant, aveva riservato alla ragione e alla coscienza il ruolo di fondamenti dell’essere. Per Schopenhauer, al contrario, ciò che soggiace a ogni manifestazione del mondo non è la ragione, bensì una forza cieca, irrazionale, indifferente alla logica e alla morale: la volontà. Ispirandosi alla distinzione kantiana tra fenomeno (il mondo così come ci appare) e noumeno (la cosa in sé, che sfugge alla conoscenza razionale), Schopenhauer compie un passo ulteriore: afferma che il noumeno è conoscibile – almeno intuitivamente – e lo identifica con la volontà. L’essere umano può cogliere questa realtà profonda a partire dalla propria esperienza interiore: dietro i pensieri, le emozioni e le percezioni, vi è una spinta fondamentale, un volere che si manifesta prima ancora della riflessione cosciente. Questa volontà cosmica non è però confinata all’uomo, essa si esprime in ogni forma di vita e in ogni dinamica naturale:
nell’istinto di sopravvivenza degli animali e degli esseri umani,
nell’impulso sessuale come motore della riproduzione,
nella crescita delle piante verso fonti di luce,
persino nelle forze fisiche come la gravità e il magnetismo.
In tal modo, Schopenhauer dissolve ogni distinzione tra mondo animato e inanimato, tra natura e spirito: tutto è espressione di un medesimo principio unitario, impersonale e senza scopo. La volontà non mira al bene né si orienta verso fini razionali: essa è una pulsione incessante, un desiderio infinito che cerca solo di perpetuarsi, senza alcuna meta ultima. Questa visione imprime alla filosofia schopenhaueriana un tono profondamente pessimista: se l’essenza del mondo è una forza cieca che non conosce né quiete né compimento, allora il dolore e la frustrazione diventano componenti strutturali dell’esistenza. Ogni desiderio è mancanza, ogni spinta è tensione non risolta. La realtà, anziché essere un ordine razionale o un piano divino, è un moto perpetuo dominato dal conflitto e dalla sofferenza. Tuttavia, è proprio in questa lettura lucida e disincantata che Schopenhauer apre la strada a un’etica della compassione e a una via di liberazione spirituale, fondata sul riconoscimento della comune radice di ogni essere vivente nella stessa volontà sofferente. Ma prima ancora dell’etica, è necessario comprendere la natura profonda di ciò che ci muove: la volontà come essenza del reale, un’intuizione filosofica che anticipa molte riflessioni della psicologia contemporanea e dell’esistenzialismo novecentesco.
2. La volontà come origine della sofferenza esistenziale
Uno degli aspetti più radicali del pensiero di Arthur Schopenhauer è la sua concezione della sofferenza come condizione intrinseca dell’esistenza. Se la volontà costituisce, come abbiamo visto, l’essenza metafisica del reale, allora è proprio questa forza cieca e incessante a generare il dolore che permea la vita. L’essere umano, così come ogni altra forma di vita, non è che una manifestazione della volontà, costantemente animato da desideri che non trovano mai appagamento definitivo. La sofferenza, nella visione schopenhaueriana, non è un accidente, né una deviazione passeggera rispetto a un ipotetico stato naturale di felicità. È, al contrario, la conseguenza diretta e necessaria del volere stesso. La volontà, infatti, si esprime attraverso il desiderio, ovvero un costante tendere verso qualcosa che manca. E laddove c’è mancanza, c’è insoddisfazione, tensione, frustrazione. Ogni volta che un desiderio viene realizzato, subentra immediatamente un nuovo bisogno, in un ciclo infinito che condanna l’esistenza a oscillare tra due poli:
- il dolore, causato dal desiderio inappagato;
- la noia, che subentra quando il desiderio è stato momentaneamente soddisfatto, lasciando un vuoto privo di senso.
In questo schema, la felicità non è mai uno stato stabile, ma una tregua temporanea, effimera, tra due forme di sofferenza. Per questo motivo, Schopenhauer parla della vita come di un pendolo che oscilla incessantemente «fra il dolore e la noia» (Il mondo come volontà e rappresentazione, 1819). Questa visione pessimistica della condizione umana non nasce da una semplice inclinazione emotiva, ma da una riflessione razionale sull’insoddisfazione costitutiva del vivere. Nessun oggetto del desiderio è mai sufficiente a colmare il vuoto generato dalla volontà stessa. Anche l’amore, l’ambizione, la fama o il piacere non sono altro che travestimenti temporanei di un unico principio irrazionale che spinge incessantemente ogni creatura a volere, a volere ancora, e a non trovare mai pace. Il pessimismo di Schopenhauer non è però sterile né privo di sbocchi. Al contrario, egli individua alcune possibili vie di liberazione dal dominio della volontà. L’esperienza estetica, la compassione e l’ascesi rappresentano, in diverse forme, tentativi di interrompere il ciclo della sofferenza. Tuttavia, ogni autentico cammino spirituale – per essere efficace – deve partire da una presa di coscienza lucida della nostra condizione: riconoscere che la sofferenza non è un errore da correggere, ma una verità da comprendere. Attraverso questa riflessione, Schopenhauer anticipa molte intuizioni della psicologia moderna e della filosofia esistenzialista: l’uomo non è un essere razionale proiettato verso il progresso, ma un soggetto fragile, abitato da pulsioni e contraddizioni che mettono in discussione ogni visione ottimistica dell’esistenza. Accettare questo dato di realtà, pur nella sua durezza, è forse il primo passo verso una forma più autentica di libertà interiore.
3. Il mondo come rappresentazione: l’illusione della realtà secondo Schopenhauer
Accanto alla teoria della volontà come principio metafisico dell’universo, Arthur Schopenhauer elabora un’altra tesi fondamentale: il mondo come rappresentazione. Con questa espressione, il filosofo tedesco intende affermare che la realtà che percepiamo non è il mondo in sé, ma una costruzione soggettiva prodotta dalla mente umana. In ciò, Schopenhauer si rifà alla distinzione kantiana tra fenomeno e noumeno, ma ne trae conseguenze più radicali. Il mondo fenomenico – fatto di oggetti, eventi, forme e colori – non esiste indipendentemente dal soggetto che lo percepisce. È una rappresentazione, ovvero il risultato dell’attività dell’intelletto e della sensibilità, che organizzano le impressioni secondo le categorie dello spazio, del tempo e della causalità. In altre parole, ciò che chiamiamo “realtà” è sempre e soltanto la realtà per noi, mai la realtà in sé. Dietro questa rappresentazione ordinata e intelligibile, non si cela una ragione universale o un disegno razionale, bensì la volontà: una forza irrazionale, cieca e priva di finalità, che si manifesta in ogni forma di vita e nella struttura stessa della natura. Questa volontà è l’essenza nascosta del mondo, mentre la rappresentazione è il velo illusorio che ne copre la vera natura. In un simile scenario, la condizione umana è tragica: l’uomo è ingannato dalle apparenze e condannato a inseguire scopi illusori, spinto da una volontà che non può mai essere definitivamente appagata. Tuttavia, esistono alcune esperienze che permettono di sospendere temporaneamente il dominio della volontà, consentendo una visione più profonda dell’essere. Tra queste, Schopenhauer attribuisce un ruolo privilegiato all’arte, in particolare alla musica. L’arte, infatti, sottrae la coscienza alla logica del desiderio e della volontà, offrendo una forma di contemplazione pura. Mentre le arti figurative rappresentano le idee, ossia le forme archetipiche del mondo, la musica va oltre: esprime direttamente l’essenza della volontà, senza bisogno di immagini né concetti. Per questo motivo, essa viene considerata da Schopenhauer l’arte suprema, capace di avvicinare l’ascoltatore a una comprensione intuitiva e immediata del reale. Dal punto di vista etico, Schopenhauer individua due possibili vie di liberazione dalla sofferenza generata dalla volontà:
- la compassione, che nasce dalla consapevolezza della comune condizione esistenziale e conduce a un’etica della solidarietà;
- l’ascesi, intesa come rinuncia radicale al desiderio, distacco dal mondo fenomenico e annullamento della volontà individuale.
Queste due strade non portano alla felicità nel senso convenzionale, ma a una forma superiore di libertà interiore, fondata sulla negazione del volere e sulla sospensione dell’illusione. È così che Schopenhauer unisce filosofia, estetica ed etica in una visione coerente e profonda, in cui la coscienza umana può, almeno per brevi istanti, intravedere la verità dietro il velo della rappresentazione.
Schopenhauer e l’influenza sul pensiero contemporaneo
Il pensiero di Schopenhauer ha lasciato un’impronta profonda nella filosofia moderna, influenzando figure come Nietzsche e, in modo particolare, Sigmund Freud. La concezione freudiana dell’inconscio come sede delle pulsioni sessuali e dei desideri repressi rispecchia la volontà irrazionale descritta da Schopenhauer. Entrambi riconoscono l’esistenza di forze interiori che sfuggono al controllo della coscienza e che guidano il comportamento umano. Schopenhauer anticipa, in forma speculativa e metafisica, ciò che Freud rielaborerà in chiave clinica e scientifica. La psicoanalisi nasce così anche da una radice filosofica profonda, che riconosce nell’uomo una creatura divisa tra consapevolezza e forze oscure. La filosofia della volontà di Schopenhauer offre ancora oggi strumenti preziosi per comprendere la sofferenza umana, il desiderio incessante e il senso profondo della nostra condizione. Il suo sguardo lucido e disincantato ci invita a riflettere sulle illusioni della coscienza, sulla fragilità della felicità, e sulla possibilità di trascendere il dolore attraverso l’arte, la compassione e il distacco. In un’epoca che tende a semplificare l’animo umano, riscoprire Schopenhauer significa tornare a interrogarsi sulle forze profonde che ci abitano, sulla natura dell’inconscio e sull’enigma della nostra esistenza.
Sigmund Freud e l’influenza di Schopenhauer sulla nascita della psicoanalisi
Il legame tra Arthur Schopenhauer e Sigmund Freud è profondo e tocca aspetti centrali della concezione dell’inconscio, degli impulsi e della sofferenza come elementi inevitabili della vita psichica. Freud fu spesso riluttante nel riconoscere esplicitamente le fonti d’ispirazione delle sue teorie. Tuttavia, non ignorava la possibilità che alcune idee potessero emergere dall’influenza indiretta di pensatori a lui precedenti. Anche se non ammise apertamente un debito intellettuale nei confronti di Schopenhauer, le affinità tra i due sistemi di pensiero sono innegabili (Assoun, 1993). Vediamo ora alcune tra le più significative convergenze tra i due autori:
1. La volontà e l’inconscio
Schopenhauer descrive la volontà come una forza cieca, irrazionale e onnipresente, che domina l’esistenza umana senza che l’individuo ne abbia piena consapevolezza (Schopenhauer, 1819/2013). Questa concezione anticipa in modo sorprendente l’idea freudiana di inconscio: un insieme di forze pulsionali che agiscono al di fuori del controllo cosciente e influenzano il comportamento umano (Freud, 1915/1978). In entrambi i casi, la razionalità è solo una facciata, mentre la vita psichica è dominata da energie profonde e difficilmente controllabili.
Freud, inoltre, distingue tra il principio di piacere, che cerca la gratificazione immediata, e il principio di realtà, che impone limiti e adattamenti. Anche per Schopenhauer, la volontà è un impulso incessante, ma destinato a non trovare mai un appagamento definitivo.
2. Il desiderio come fonte di sofferenza
Entrambi gli autori considerano il desiderio come una forza tanto fondamentale quanto problematica. Schopenhauer sostiene che la volontà condanna l’individuo a un’incessante tensione e insoddisfazione: ogni desiderio soddisfatto genera immediatamente un nuovo bisogno, in un ciclo infinito di sofferenza (Schopenhauer, 1819/2013). La sua visione pessimistica del mondo implica che l’unico modo per interrompere questa catena sia la rinuncia, l’ascesi e la negazione dei desideri.
Freud, pur condividendo l’idea che il desiderio sia fonte di conflitto e sofferenza, propone un’alternativa: non la negazione, ma l’elaborazione. I desideri repressi, secondo la psicoanalisi, possono generare sintomi psichici e nevrosi, ma è possibile portarli alla coscienza e integrarli attraverso un processo terapeutico (Freud, 1900/1978).
3. L’importanza della sessualità
Schopenhauer attribuisce un’importanza centrale all’impulso sessuale, che considera una delle manifestazioni più potenti della volontà. Egli definisce l’istinto sessuale come la volontà di vivere nella sua forma più pura, capace di dominare l’agire umano in modo inconscio (Schopenhauer, 1819/2013). Questa concezione prefigura la teoria freudiana della libido, intesa come energia psichica sessuale che alimenta le dinamiche inconsce (Freud, 1905/1978).
4. Il rimosso e la repressione
Schopenhauer afferma che esistono aspetti della volontà che l’individuo non può dominare, forze che operano nelle profondità della psiche e che sfuggono alla presa della coscienza. Questo concetto è molto vicino alla nozione freudiana di rimozione, in cui contenuti inaccettabili vengono esclusi dalla coscienza e confinati nell’inconscio (Freud, 1915/1978).
5. Due visioni della sofferenza: pessimismo e terapia
Schopenhauer adotta un’impostazione marcatamente pessimistica, secondo cui la liberazione dalla sofferenza è possibile solo attraverso la negazione della volontà: una forma di distacco ascetico che porta alla quiete interiore.
Freud, invece, si muove in un’ottica terapeutica più costruttiva. Per lui, l’obiettivo della psicoanalisi non è spegnere il desiderio, ma riconoscerlo, comprenderlo e imparare a conviverci in modo più sano e integrato (Freud, 1933/1978). In sintesi, nonostante le differenze nei metodi e nelle finalità, Freud eredita da Schopenhauer una visione dell’uomo dominata da forze oscure, pulsionali e irrazionali. Il filosofo anticipa molti dei nuclei teorici della psicoanalisi, dimostrando che il pensiero filosofico può fornire le fondamenta per lo sviluppo della psicologia moderna.
Conclusione: filosofia e psicologia in dialogo
Il dialogo silenzioso tra Schopenhauer e Freud rivela quanto la filosofia possa anticipare, ispirare e persino strutturare i fondamenti della psicologia moderna. Se Schopenhauer ha descritto la volontà come forza cieca e inarrestabile che attraversa l’intero universo, Freud ne ha raccolto l’eredità traducendola in termini clinici: l’inconscio come motore profondo del comportamento umano, l’energia pulsionale come tensione costante, e la sofferenza come elemento strutturale dell’esistenza psichica. Le loro visioni divergono nelle soluzioni proposte — ascesi e negazione per il primo, consapevolezza e trasformazione per il secondo — ma convergono nell’idea che la coscienza sia solo la punta dell’iceberg dell’esperienza umana. Analizzare le affinità tra questi due pensatori non significa ridurre Freud a un epigono di Schopenhauer, ma riconoscere come la psicoanalisi sia nata anche dall’intuizione filosofica che l’essere umano è attraversato da forze che non controlla. In un’epoca che tende a semplificare la psiche e a ignorare il mistero della sofferenza, tornare a queste radici significa riscoprire la profondità dell’animo umano e la possibilità, mai garantita, ma sempre perseguibile, di un’autentica trasformazione interiore.
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“Schopenhauer, Platone e il velo di Maya: l’uomo tra illusioni e sogni” : https://www.giuliadecarlo.it/schopenhauer-platone-e-il-velo-di-maya-luomo-tra-illusioni-e-sogni/
Riferimenti bibliografici
Assoun, P.-L. (1993). Freud et Schopenhauer: le désir, la mort, la répression. Paris: Presses Universitaires de France.
Freud, S. (1915). L’inconscio. In Opere (Vol. 7). Torino: Bollati Boringhieri.
Freud, S. (1978). L’interpretazione dei sogni (Orig. Pubbl. 1900). Opere, vol. 3. Torino: Bollati Boringhieri.
Freud, S. (1978). Tre saggi sulla teoria sessuale (Orig. Pubbl. 1905). Opere, vol. 4. Torino: Bollati Boringhieri.
Freud, S. (1978). Metapsicologia (Orig. Pubbl. 1915). Opere, vol. 8. Torino: Bollati Boringhieri.
Freud, S. (1978). Nuova serie di lezioni di introduzione alla psicoanalisi (Orig. Pubbl. 1933). Opere, vol. 11. Torino: Bollati Boringhieri.
Schopenhauer, A. (2013-14). Il mondo come volontà e rappresentazione (Orig. Pubbl. 1819). Milano: Mondadori.

