Introduzione: ogni essere umano nasce portando in sé un disegno da realizzare
Nel Codice dell’anima, James Hillman ripropone in forma psicologica un’idea antichissima: ogni essere umano nasce portando in sé un disegno, una vocazione, un principio ordinatore che orienta la sua vita (Hillman, 1996). Lungi dall’essere un’invenzione moderna, questa concezione affonda le proprie radici nella filosofia greca, in particolare nel pensiero di Platone, Aristotele e Plotino, e trova in Hillman una riformulazione simbolica e clinica che egli stesso definisce teoria della ghianda.
La “chiamata interiore” per il compimento del proprio destino
La tesi di James Hillman si fonda su una premessa antica che l’autore intende riconsiderare e restituire alla psicologia contemporanea. Hillman stesso scrive: «Questo libro intraprende una strada nuova a partire da un’idea antica: ciascuna persona viene al mondo perché è chiamata. L’idea viene da Platone, dal mito di Er che egli pone alla fine della sua opera più nota, La Repubblica» (Hillman, 1996, p. XX).
Riprendendo Platone e il mito di Er, Hillman afferma che, prima della nascita, l’anima di ciascun essere umano sceglie un’immagine, un disegno fondamentale che sarà chiamata a vivere sulla terra (Platone, 2007). Insieme a questa scelta, l’anima riceve anche un compagno di viaggio, un daimon, unico e irripetibile, incaricato di accompagnarla nel corso dell’esistenza. Nel momento dell’incarnazione, tuttavia, l’essere umano dimentica questa scelta originaria e si illude di venire al mondo privo di una direzione. Il compito del daimon è proprio quello di custodire il ricordo della missione interiore dell’individuo e di orientarne la realizzazione. Esso agisce come un principio guida silenzioso, non morale né normativo, ma profondamente necessario, che richiama l’individuo verso la propria forma essenziale (Hillman, 1996). Nel corso della storia, numerose culture hanno espresso questa intuizione fondamentale attraverso immagini e nomi differenti, tutte riconducibili all’idea di una presenza interiore che orienta la vita verso il compimento di un destino. I latini parlavano del genius, i greci del daimon, i cristiani dell’angelo custode. I romantici, come Keats, sostenevano che la chiamata provenisse dal cuore, mentre Michelangelo affermava di scorgere un’immagine già presente nel cuore della figura che stava scolpendo (Hillman, 1996). I neoplatonici introdussero il concetto di ochema, il corpo immaginale che trasporta l’anima come un veicolo e funge da suo sostegno (Plotino, 2002). In altre tradizioni si parlava della dea Fortuna, di un genio benefico o malefico, di un seme buono o cattivo inscritto nella natura dell’individuo. Presso gli antichi Egizi, l’anima poteva essere concepita come “Ka” o “Ba”, con cui era possibile dialogare. Nelle culture sciamaniche, come quelle eschimesi e amerindie, essa veniva identificata con lo spirito personale (Hillman, 1996). In epoca vittoriana, l’antropologo culturale Edward B. Tylor osservava che presso i popoli allora definiti “primitivi” ciò che in Occidente viene chiamato anima era concepito come «un’immagine umana immateriale, una sorta di vapore, di velo o di ombra, impalpabile e invisibile, ma capace di manifestare potenza fisica» (Tylor, 1871/1970). In tempi più recenti, l’etnologo Åke Hultkrantz ha confermato che, secondo molte popolazioni amerindie, l’anima «trae origine da un’immagine» ed è essa stessa «concepita sotto forma di immagine» (Hultkrantz, 1979). Platone, nel mito di Er, utilizza un termine analogo parlando di paradeigma, una forma fondamentale che abbraccia l’intero destino di una persona (Platone, 2007). Questa immagine, che accompagna l’individuo come un’ombra lungo tutta la vita, è portatrice di destino e di fortuna, ma non costituisce una guida morale e non va confusa con la voce della coscienza. Anche il genius dei latini, infatti, non aveva una funzione etica: pur conoscendo il futuro dell’individuo e determinandone il destino, non esercitava alcuna sanzione morale, ma agiva semplicemente come agente della sorte personale. A esso si potevano chiedere indifferentemente favori nobili o egoistici (Hillman, 1996). Questo dimostra che l’idea che ci fosse una direzione interna che orientava l’individuo era presente sia nell’antichità che anche in popolazioni diverse in tutto il mondo. Inoltre il compimento di questa tendenza interiore veniva da alcune culture — come L’Antica Grecia — considerata come la strada maestra verso la realizzazione della propria felicità. È proprio in questo senso che Aristotele parlava di eudaimonia (εὐδαιμονία) parola che deriva dal greco antico chre unisce εὖ (eu), che significa “bene”, e δαίμων (daimon), che si traduce come “demone”, “spirito guida”, “genio” o “sorte”.
Platone e il mito di Er: il destino come immagine scelta dall’anima
Hillman apre il suo discorso richiamandosi esplicitamente a Platone e al mito di Er, posto alla conclusione della Repubblica (Platone, 2007). In questo racconto escatologico, Platone descrive le anime che, prima di incarnarsi, scelgono un “paradeigma”, una forma fondamentale di vita, un’immagine di destino che poi saranno chiamate a realizzare nel mondo sensibile. A ciascuna anima viene assegnato un daimon, una guida intermedia tra umano e divino, incaricata di custodire il ricordo di quella scelta originaria. Il mito narra di Er un soldato valoroso morto in battaglia che, mentre stava per essere arso sul rogo funebre, si ridestò dal sonno mortale e raccontò di aver viste all’opera nell’aldilà Ananke e le sue figlie, le Moire, mentre tessevano il destino delle anime degli uomini. Il mito racconta che l’anima di Er non appena uscita dal corpo si era unita a molte altre e camminando era arrivata in un luogo divino, dove c’erano dei giudici. Questi giudici esaminavano le anime e ponevano sul petto dei giusti e sulle spalle dei malvagi la sentenza ordinando ai primi di salire al cielo e agli altri di andare sottoterra. Le anime rimaste per sette giorni in quel luogo venivano poi costrette a camminare per quattro giorni fino a quando giungevano in vista di una specie di arcobaleno dove a un capo pendeva il fuso, — simbolo del destino, — posato sulle ginocchia della dea Ananke (Dea del Fato e della Necessità). Il fuso aveva come peso otto vasi concentrici rotanti disposti uno dentro l’altro. Su ogni cerchio vi era una Sirena che emetteva il suono di una sola nota che unendosi alle altre formava un’armonia. Le figlie di Ananke, le tre Moire, sedevano in cerchio poco distanti dalla madre: Cloto filava e cantava il presente, Lachesi, il passato, e Atropo, “colei che non può essere dissuasa”, il futuro e dunque decideva anche il momento della morte. Un araldo presentava le anime disposte in fila a Lachesi e lei chiedeva a ognuna di loro in quale vita di sarebbe voluta incarnare. Per il sorteggio prendeva un gran numero di sorti e modelli di vita sulle sue ginocchia e chiedeva di scegliere avvertendo che ognuno sarebbe stato responsabile della sua scelta e che nessuno sarebbe stato troppo svantaggiato, poiché anche chi avesse scelto per ultimo avrebbe comunque avuto più modelli di vita tra cui scegliere. Er raccontava poi come le anime sceglievano, oltre che in base alla fortuna del sorteggio, secondo le abitudini contratte nella vita precedente. Alla fine le anime potevano ritornare sulla terra. L’elemento decisivo del mito non è tanto la predestinazione quanto la responsabilità ontologica dell’anima: ciò che viviamo non è casuale, ma radicato in una scelta profonda che abbiamo dimenticato. Platone affida al mito una funzione eminentemente psicologica e salvifica: ricordare il disegno originario significa orientare l’esistenza secondo la propria natura autentica, evitando di smarrirsi nelle identificazioni contingenti (Platone, 2007).
Aristotele: il telos interno, dare un senso alla propria vita
Se Platone fornisce l’immagine mitica del destino, è Aristotele a porne le fondamenta ontologiche. Nella sua filosofia della natura, ogni ente è definito da una causa formale, un principio interno che ne orienta lo sviluppo e ne determina il fine (telos) (Aristotele, 1991). Nulla esiste senza un telos intrinseco verso cui tende per natura. La dottrina della potenza e dell’atto chiarisce questo punto: ciò che un essere è in potenza preme per attuarsi, per realizzare la propria forma. Il seme tende a diventare albero non per costrizione esterna, ma perché questa è la sua essenza. In questa prospettiva, il telos non è un obiettivo imposto dall’esterno, bensì una necessità interna che orienta il processo di sviluppo. Lo stesso Dio aristotelico, il Motore Immobile, muove il cosmo non per deliberazione morale o volontà provvidenziale, ma perché è nella sua natura essere atto puro. L’universo nasce come espressione necessaria della sua essenza (Aristotele, 1997). Analogamente, ogni essere vivente è chiamato a manifestare ciò che è.
Plotino: il Nous come intelligenza interna e manifestazione del divino
Plotino radicalizza questa visione introducendo una dimensione più esplicitamente spirituale. Per il filosofo neoplatonico, l’anima non solo possiede un fine interno, ma è già, nella sua parte più alta, radicata nell’Intelletto (Nous) (Plotino, 2002). La vita individuale è il dispiegarsi nel tempo di una forma intelligibile preesistente. Afferma Hillman che secondo Plotino, l’anima sceglie il proprio corpo, i genitori e le condizioni di vita in accordo con una necessità profonda. Ciò che appare incomprensibile o doloroso lo è solo perché l’anima incarnata ha dimenticato la propria origine. Il telos interno assume così il carattere di un’intelligenza raffinata, quasi una presenza divina interiorizzata, che guida l’essere verso la realizzazione della propria natura autentica (Hillman, 1996).
Hillman e la teoria della ghianda: il destino come immagine da incarnare
È su queste premesse che Hillman costruisce la sua teoria della ghianda. Ogni individuo, afferma, nasce con un’immagine che lo definisce: carattere, vocazione, destino, daimon, anima sono nomi diversi per alludere a questa stessa realtà enigmatica (Hillman, 1996). Hillman recupera il linguaggio aristotelico parlando di causa formale e quello platonico e plotiniano parlando di idea incarnata. La ghianda contiene già la quercia, ma non il modo in cui crescerà. Così l’essere umano porta in sé un disegno che non coincide con una norma morale né con un ideale sociale, ma con una necessità interiore che chiede di essere vissuta. Il daimon non giudica, non punisce, non consola: insiste. Riporta l’individuo, spesso attraverso crisi, deviazioni e fallimenti apparenti, verso la propria forma essenziale (Hillman, 1996).
Ella Fitzgerald: quando il Nous emerge nella crisi
L’episodio di Ella Fitzgerald, citato da Hillman, diventa un esempio emblematico di questa dinamica. La giovane Ella sale sul palco dell’Apollo Theater convinta di dover danzare. La sua immagine cosciente è quella della ballerina. Ma nel momento decisivo qualcosa si interrompe: l’emozione, il blocco, l’impossibilità di proseguire. È proprio in quella frattura che il Nous interno trova voce. Ella cambia all’ultimo istante, canta e vince. Alla fine dovette concedere ben tre bis al pubblico. Ciò che appare come un caso o una coincidenza può essere letto, nella prospettiva della ghianda, come un’annunciazione: il daimon richiama l’individuo alla propria natura (Hillman, 1996). Come nella filosofia greca, ciò che deve essere tende a realizzarsi. La forma non tollera eccessive divagazioni: prima o poi chiede di essere incarnata.
Il debutto di Ella Fitzgerald: l’espressione dell’intelligenza interiore che conduce verso, la realizzazione di sé.
Ella Fitzgerald rimasta orfana di madre a soli quattordici anni attraversò un’infanzia e un’adolescenza segnate da profonde difficoltà. Dopo la morte della madre, avvenuta nel 1932, viene affidata alla zia materna ad Harlem. La giovane attraversò una fase estremamente travagliata: ancora minorenne, si ritrovò a lavorare in un bordello e venne successivamente internata nell’ex manicomio per orfani afroamericani di Riverdale (New York), per poi essere trasferita in un riformatorio, la New York State Training School for Girls (Nicholson, 1995). Nel 1934 Ella fugge dall’istituto, ma non fa ritorno dalla zia per timore di essere rintracciata dalla polizia. A soli diciassette anni inizia così a vivere da sola per le strade di New York. In questo periodo difficile comincia a esibirsi occasionalmente per strada e a presentarsi alle audizioni nei locali di Harlem, alla ricerca di una possibilità di riscatto. La svolta decisiva arriva il 21 novembre 1934, quando partecipa a una delle celebri Amateur Nights dell’Apollo Theater di Harlem. Nonostante oggi sia ricordata come una delle più grandi voci del jazz, Ella non si presenta inizialmente come cantante, bensì come ballerina. Il suo sogno, infatti, era quello di danzare: ammirava profondamente le Edwards Sisters, famose ballerine dell’epoca, e aveva preparato un vero e proprio numero di balletto (Nicholson, 1995). Tuttavia, una volta salita sul palco, l’emozione e l’insicurezza prendono il sopravvento. Prima di lei si esibiscono ballerine molto più esperte, accolte da calorosi applausi. Intimidita dal confronto e colta da una vera e propria crisi di nervi, Ella si blocca, incapace di danzare. In quel momento di esitazione, incitata dal presentatore e dal pubblico, decide di cambiare all’ultimo istante la propria esibizione e chiede di poter cantare. Interpreta Judy e The Object of My Affection e vince il concorso. Quella che avrebbe potuto essere una sconfitta si trasforma così in un passaggio decisivo: il fallimento temuto come ballerina apre la strada alla nascita di una delle più grandi voci della storia del jazz. Questo episodio assume un valore quasi simbolico. È proprio nel momento della crisi, quando l’immagine ideale di sé cede, che emerge una vocazione più autentica: ciò che Ella credeva di dover essere lascia spazio a ciò che era già, ma che ancora non sapeva di poter diventare. Questo esempio ci mostra come esiste una intelligenza interna (Nous) che nel momento di crisi può emergere per orientarci. Se noi ci guardiamo in profondità e cerchiamo di’ sintonizzarci con questa dimensione alta possiamo ritrovare la direzione giusta, allo stesso modo in cui una nave in mezzo al mare può ritrovare la retta via grazie al faro sulla costa.
Conclusione: l’idea di un ordine interno che orienta la vita verso la propria espressione essenziale.
La teoria della ghianda di James Hillman costituisce una rielaborazione psicologica e simbolica di un’idea antica, già presente nella filosofia greca. Platone, con il mito di Er, ci mostra un’anima che sceglie un destino prima di nascere e che, nel corso della vita, tende a realizzare quell’immagine originaria, pur dimenticandola nel momento dell’incarnazione (Platone, 2007). Aristotele, con la sua dottrina del telos e della causa formale, pone le basi ontologiche di questa prospettiva: ogni essere possiede una natura interna che, in quanto potenza, preme per diventare atto e realizzare la propria forma essenziale (Aristotele, 1991, 1997). Plotino, infine, ne sottolinea il carattere spirituale: il Nous interno non è solo un fine naturale, ma un’intelligenza raffinata, una manifestazione del divino interiorizzato che guida l’anima verso la sua realizzazione autentica (Plotino, 2002). Hillman riprende e rende attuali questi concetti, offrendo una prospettiva psicologica che interpreta il destino come un’immagine da incarnare, un principio ordinatore presente fin dalla nascita. La sua teoria della ghianda mostra come l’individuo non debba forzare o inventare una vocazione, ma riconoscere e seguire ciò che già è inscritto nella propria natura interiore (Hillman, 1996). Il daimon, in questa visione, agisce come custode e mediatore tra l’immagine originaria e la realtà quotidiana, conducendo l’individuo verso il compimento del proprio destino, anche attraverso crisi, deviazioni o fallimenti apparenti. L’esempio di Ella Fitzgerald offre una dimostrazione concreta e immediata di questa dinamica. La giovane, convinta di dover danzare, si trova di fronte a un blocco improvviso e apparentemente disastroso. È in quel momento di frattura che emerge la sua vocazione autentica: il daimon, o principio interno, la richiama a ciò che già era in potenza, permettendole di cantare e di diventare una delle più grandi voci della storia del jazz (Nicholson, 1995; Hillman, 1996). Come nella filosofia greca, ciò che deve essere trova la sua realizzazione: il destino non è un ideale imposto, ma una forma che reclama incarnazione. In definitiva, il filo rosso che collega Platone, Aristotele, Plotino e Hillman è l’idea di un ordine interno, di un principio immanente che orienta la vita verso la propria forma essenziale. L’individuo non è semplicemente soggetto passivo di circostanze esterne, ma portatore di un progetto intrinseco, un telos che, se ascoltato, conduce alla realizzazione piena di sé. La teoria della ghianda ci invita a osservare la vita come un percorso di riconoscimento e incarnazione della propria natura profonda, riconoscendo le crisi non come ostacoli, ma come segnali del daimon che guida verso la propria autenticità.
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Riferimenti bibliografici ctrescita personale
Aristotele. (1991). Metafisica (G. Reale, Ed. e trad.). Milano: Bompiani.
Aristotele. (1997). Fisica (G. Reale, Ed. e trad.). Milano: Bompiani.
Hillman, J. (1996). Il codice dell’anima. Carattere, vocazione, destino (A. Bottini, Trad.). Milano: Adelphi.
Hultkrantz, Å. (1979). The religions of the American Indians. Berkeley, CA: University of California Press.
Nicholson, S. (1995). Ella Fitzgerald: A biography of the First Lady of Jazz. New York, NY: Scribner.
Platone. (2007). La Repubblica (G. Reale, Ed. e trad.). Milano: Bompiani.
Plotino. (2002). Enneadi (V. Cilento & G. Faggin, Trad.). Milano: Bompiani.
Tylor, E. B. (1970). Primitive culture (Vol. 1). New York, NY: Harper & Row. (Opera originale pubblicata nel 1871)

