Freud e Jung: Teorie sull’Inconscio tra Psicoanalisi, Sogni e Simboli
Autori come S. Freud e C. G. Jung hanno messo in evidenza la naturale inclinazione dell’inconscio a manifestarsi. Questo fenomeno è stato osservato attraverso diversi processi, tra cui il sogno, il transfert, gli atti mancati, l’immaginazione spontanea, i flashback, le rimozioni e le associazioni di parole. In particolare, queste ultime dimostrano come alcuni termini evochino inconsapevolmente contenuti profondamente legati alle problematiche individuali, producendo una serie di associazioni di idee utili a elaborare esperienze che hanno condizionato la nostra vita (Freud, 1901). Queste osservazioni, nate nei primi anni degli studi sull’inconscio da parte di Freud, furono alla base del suo testo L’interpretazione dei sogni, in cui dichiarò che il sogno è la “via regia” per l’esplorazione dell’inconscio. Da allora, l’emergere spontaneo dell’inconscio è stato considerato un aspetto fondamentale nella cura dei disturbi psichici; ancora oggi la psicologia moderna riconosce la validità di questa posizione. È passato un secolo dalle prime teorizzazioni di Freud e l’esplorazione dell’interiorità ha preso varie forme, dando origine a percorsi di vario genere, non finalizzati esclusivamente alla terapia degli stati morbosi, ma anche orientati a favorire un’esplorazione più profonda della propria psiche. L’esplorazione dell’inconscio tipica dei percorsi psicodinamici è inoltre divenuta una delle basi della formazione psicoanalitica, sia nella tradizione freudiana che in quella junghiana (Jung, 1964).
Freud e Jung a confronto: due concezioni dell’inconscio
Freud e Jung, pur condividendo l’idea della centralità dell’inconscio, hanno sviluppato concezioni differenti. Secondo Jung, la psiche segue un principio circolare, per cui, partendo da qualsiasi punto dell’esperienza, tende a dirigersi verso il Sé, ovvero verso la realizzazione personale. Per lui, l’inconscio non è solo un deposito di contenuti rimossi, ma una forza che orienta il processo evolutivo dell’individuo (Jung, 1959). Freud, invece, vedeva l’inconscio come un serbatoio di pulsioni e desideri repressi, che tende naturalmente a emergere. Grazie a questa caratteristica, diventa possibile esplorarlo attraverso strumenti come la libera associazione e l’interpretazione dei sogni, con l’obiettivo di curare i sintomi psichici e ristabilire un equilibrio interiore (Freud, 1915). Va inoltre sottolineato che questa naturale tendenza del materiale inconscio a risalire alla coscienza è sottoposta al controllo dei meccanismi di difesa.
L’ emersione dei contenuti rimossi e l’attivazione dei meccanismi di difesa: il contributo di Freud
Fin dai primi studi di Freud, la psiche umana è stata descritta come un sistema complesso, attraversato da forze profonde e spesso inconsapevoli. Al centro di questa visione si colloca l’inconscio, concepito da Freud come un serbatoio di pulsioni e desideri rimossi, che tendono spontaneamente a emergere alla coscienza. Questa spinta naturale verso l’emersione rappresenta, per Freud, una delle chiavi fondamentali per comprendere i disturbi psichici e avviare un processo di cura. È proprio grazie a questa caratteristica dinamica dell’inconscio che diventano possibili strumenti come la libera associazione e l’interpretazione dei sogni, attraverso i quali il terapeuta può accompagnare il paziente nel recupero di un equilibrio interiore (Freud, 1915). Tuttavia, questo moto spontaneo non è privo di ostacoli: l’inconscio, infatti, è soggetto a un costante lavoro di controllo esercitato dai meccanismi di difesa. Quando i contenuti che cercano di affiorare risultano troppo angoscianti o disturbanti per la coscienza, entrano in gioco barriere psicologiche come la censura, che li blocca, li trasforma o ne devia l’espressione. Comprendere questo delicato equilibrio tra l’impulso all’emersione e la funzione protettiva della difesa è fondamentale per addentrarsi nei territori più profondi dell’apparato psichico. Infatti, se per qualche motivo i contenuti che tendono a emergere risultano troppo angoscianti, vengono bloccati o modificati. In questo senso, per esempio, il meccanismo della censura risponde a questo bisogno, impedendo l’emersione di ricordi dolorosi oppure bloccando la manifestazione di pulsioni aggressive o sessuali. Circa la censura, Freud descrive la psiche come un sistema che esercita un controllo sugli impulsi più primitivi, impedendone l’accesso diretto alla coscienza. La censura funge da “guardiano della nostra salute mentale” e si comporta come una fortezza che limita l’emergere delle parti più oscure della psiche. A questo proposito, Freud scrive:
📜«I moti di desiderio inconsci tendono evidentemente a imporsi anche di giorno e sia il fenomeno della traslazione sia le psicosi ci dimostrano che essi vorrebbero farsi strada, passando per il sistema del preconscio, sino alla coscienza e al dominio della motilità. Nella censura tra Inc [inconscio] e Prec [preconscio], che il sogno addirittura ci costringe ad ammettere che dobbiamo riconoscere e rispettare il guardiano della nostra salute mentale. Ma in questo caso, non è forse imprudente, da parte del guardiano, diminuire nottetempo la sua attività, permettere che si esprimano i moti repressi dell’Inc, e rendere nuovamente possibile la regressione allucinatoria? Penso di no, perché quando l’attento guardiano va a riposare – abbiamo però le prove che non dorma profondamente – chiude anche la porta che conduce alla motilità. Quali che siano gli impulsi dell’Inc, normalmente inibito, che si agitano sulla scena, possiamo concedere loro ampia libertà; essi rimangono innocui, perché non sono in grado di azionare l’apparato motorio, l’unico che possa influenzare, mutandolo, il mondo esterno. Lo stato di sonno garantisce la sicurezza della fortezza da sorvegliare. La situazione è meno tranquilla quando lo spostamento delle forze è prodotto non dalla riduzione notturna dell’impiego di energie della censura critica, ma da un loro indebolimento patologico, o da un rafforzamento patologico degli eccitamenti inconsci, mentre il preconscio è investito e le porte della motilità sono aperte. Allora il guardiano viene sopraffatto, gli eccitamenti inconsci sottomettono il preconscio, dominano da esso le nostre parole e le nostre azioni, oppure conquistano con violenza la regressione allucinatoria e dirigono l’apparato (non a essi destinato) in virtù dell’attrazione che le percezioni esercitano sulla ripartizione della nostra energia psichica. È questo lo stato che chiamiamo psicosi» (Freud, 1899, p. 517).
Nel passo citato, Freud descrive il ruolo centrale della censura psichica come meccanismo di protezione della coscienza rispetto agli impulsi inconsci, che tendono a riemergere continuamente. I moti di desiderio inconsci non sono infatti statici o completamente silenziati: al contrario, cercano costantemente una via d’accesso alla coscienza attraverso il sistema del preconscio. Questo fenomeno è evidente non solo nei sogni, ma anche nei meccanismi di traslazione (come quelli che si manifestano nella relazione analitica) e nei quadri patologici come le psicosi. Freud paragona la censura a un “guardiano della salute mentale”, posto tra inconscio e preconscio, che ha il compito di impedire che contenuti inaccettabili (desideri rimossi, impulsi primitivi) penetrino nella coscienza e influenzino le nostre azioni. Tuttavia, durante il sonno, questa attività di controllo si attenua. Il sogno, dice Freud, ci obbliga ad ammettere che la censura non scompare, ma si indebolisce, lasciando spazio a una regressione allucinatoria, ovvero alla rappresentazione simbolica dei desideri inconsci attraverso le immagini oniriche. Ci si potrebbe chiedere se questa temporanea sospensione della censura non rappresenti un rischio per l’equilibrio psichico. Freud risponde di no: poiché durante il sonno è chiusa la via alla motilità, anche i desideri più disturbanti possono esprimersi liberamente nel sogno senza provocare danni concreti, perché non sono in grado di tradursi in azione. In questo senso, il sogno rappresenta una forma di compromesso psichico: permette l’espressione simbolica del rimosso senza alterare il rapporto con la realtà. La situazione cambia radicalmente quando questo equilibrio si rompe in modo patologico. Quando la censura si indebolisce non per effetto fisiologico del sonno, ma per una disfunzione psichica, oppure quando gli impulsi inconsci si rafforzano a tal punto da travolgere le difese, l’inconscio può invadere il preconscio e conquistare l’accesso alla motilità e alla parola. In tal caso, i contenuti rimossi non si limitano più alla scena onirica, ma si impongono nella vita vigile, influenzando il comportamento, il linguaggio e la percezione. È questo lo stato che Freud definisce psicosi, in cui il soggetto perde il confine tra realtà interna ed esterna, e l’inconscio prende il controllo delle funzioni psichiche superiori.
Jung l’inconscio personale e collettivo: l’inconscio come guida evolutiva
Finora abbiamo preso in esame la concezione freudiana dell’inconscio, con particolare attenzione alla sua naturale tendenza a emergere e ai meccanismi di difesa che ne ostacolano l’accesso alla coscienza. Anche Carl Gustav Jung riconobbe la spontaneità dell’attività inconscia, ma sviluppò una prospettiva differente rispetto a quella del maestro viennese. Pur condividendo l’idea che l’inconscio abbia una spinta naturale verso l’emersione, Jung introdusse un’interpretazione più orientata alla finalità evolutiva del processo psichico. Secondo Jung, infatti, l’inconscio non tende a manifestarsi indiscriminatamente, ma lo fa quando alcuni contenuti interiori assumono una tale carica energetica da riuscire a infrangere i meccanismi di difesa. Questa energia, a suo avviso, non deriva esclusivamente da pulsioni rimosse, ma dalla tensione generata da un movimento interiore finalizzato all’evoluzione dell’individuo. Per Jung, esiste una spinta innata alla realizzazione del Sé, ovvero alla piena individuazione della propria personalità, e tale processo richiede l’integrazione degli aspetti psichici rimossi o non ancora riconosciuti (Jung, 1959). L’inconscio, quindi, secondo Jung, non emerge casualmente, ma lo fa in modo selettivo: solo quei contenuti che risultano psicologicamente urgenti per lo sviluppo dell’Io tendono ad affiorare, sollecitando un lavoro di consapevolezza e trasformazione. La mancata elaborazione di tali componenti interiori, che cercano di farsi strada nella coscienza, può ostacolare significativamente il benessere psicologico e il cammino verso la realizzazione personale (Jung, 1964). L’attività inconscia, quindi, va interpretata come parte integrante di un processo simbolico e trasformativo, in cui il sintomo o il sogno non sono soltanto segnali di un conflitto rimosso, ma anche tentativi dell’inconscio di guidare l’individuo verso una maggiore completezza.
Circumambulazione e psiche: la visione simbolica dell’inconscio secondo Jung
Secondo Jung la psiche non opera in modo lineare, bensì segue un principio circolare, simile a un movimento di “circumambulazione” attorno a un centro interiore che egli chiama Sé. Questo centro rappresenta il nucleo più autentico dell’individuo, la totalità psichica che comprende sia la dimensione conscia che quella inconscia. Ogni contenuto, sogno, immagine o esperienza vissuta — anche se apparentemente casuale — può costituire un punto d’accesso al processo di individuazione, ovvero al cammino che conduce l’essere umano verso la realizzazione del proprio potenziale più profondo. Per Jung, l’inconscio non è soltanto una sede di contenuti rimossi, ma anche una forza guida, creativa e orientativa, che contiene elementi capaci di compensare unilateralità della coscienza e di proporre simbolicamente direzioni evolutive. Attraverso i sogni, le fantasie e i simboli archetipici, l’inconscio contribuisce attivamente allo sviluppo della personalità, indicando strade, offrendo risposte e rendendo visibili le potenzialità latenti dell’individuo (Jung, 1964). In questa visione, dunque, la relazione con l’inconscio non è soltanto una battaglia tra pulsioni e censura, ma una danza dialogica tra coscienza e profondità interiore, finalizzata a una più piena realizzazione dell’essere umano.
Infatti nel testo l’uomo e i sui simboli leggiamo:
”Freud attribuì una particolare importanza ai sogni[…] Tuttavia, dopo un po’ di tempo, cominciai a rendermi conto che questa era una utilizzazione erronea e inadeguata delle ricche fantasie che l’inconscio produce durante il sonno. Cominciai ad avere dei dubbi quando un collega mi disse di un’esperienza che egli aveva avuto durante un lungo viaggio in treno fatto in Russia. Benché egli non conoscesse la lingua e non sapesse neppure decifrare la scrittura cirillica, si trovò a fantasticare sulle strane lettere in cui erano scritti gli avvisi ferroviari e piombò in una “rêverie” durante la quale egli immaginava ogni sorta di significati. Passando spontaneamente da un’idea all’altra, in questo stato d’animo rilassato, egli si accorse che questo tipo di «libera associazione» gli aveva ridestato molti vecchi ricordi. Fra questi egli trovò con disappunto alcuni avvenimenti da lungo tempo sepolti nella memoria: tutte cose che aveva voluto dimenticare e che di fatto aveva dimenticato “consciamente”. Egli era arrivato a ciò che gli psicologi chiamano «complessi», cioè a temi emotivamente rimossi, che possono provocare continui disturbi psicologici e, in molti casi, persino i sintomi di una nevrosi. Questo episodio mi rivelò che non era necessario usare il sogno come punto di partenza del processo di «libera associazione» per scoprire i complessi di un paziente. Esso mi dimostrò che si può arrivare al centro partendo da qualsiasi punto della circonferenza. Si poteva partire da alcune lettere cirilliche, da meditazioni su una sfera di cristallo, una «ruota di preghiera» o un dipinto moderno o anche prendendo le mosse da una conversazione casuale su qualche banale avvenimento. In questo senso il sogno non era più utile di qualsiasi altro possibile punto di partenza.” (Jung, 1964, l’uomo e i suoi simboli)
In questo brano Jung racconta il momento in cui iniziò a distanziarsi dall’approccio freudiano e dell’interpretazione dei sogni. Freud considerava il sogno come una via regia per accedere all’inconscio, privilegiandolo come punto di partenza per la tecnica della libera associazione. Jung, al contrario, giunge progressivamente a una visione più ampia e flessibile, riconoscendo che i contenuti inconsci possono emergere non solo attraverso il sogno, ma anche da stimoli apparentemente casuali o marginali, come una scritta incomprensibile o una fantasia spontanea. L’episodio del collega in viaggio, che entra in uno stato di rêverie di fronte a caratteri cirillici indecifrabili, rivela come la mente possa spontaneamente accedere a materiale rimosso e riattivare complessi emotivamente significativi anche al di fuori del setting analitico classico. Per Jung, questo suggerisce che non esiste un unico centro privilegiato d’accesso all’inconscio: ogni immagine, parola o situazione simbolica può fungere da varco per esplorare i contenuti più profondi della psiche. In tal senso, Jung afferma che si può giungere al “centro” della psiche — ai complessi e ai nuclei problematici del Sé — partendo da qualsiasi punto della circonferenza. È un’immagine che prefigura la sua futura elaborazione della dinamica simbolica della psiche come processo circolare, in cui ogni contenuto ha valore in quanto espressione del Sé, e non solo in funzione della rimozione freudiana.
Conclusione: due visioni dell’inconscio, una comune direzione
In definitiva, sia per Freud che per Jung l’inconscio è una dimensione dinamica e imprescindibile della psiche, dotata di una naturale tendenza a emergere. Tuttavia, mentre per Freud questa spinta si configura come una pressione interna da contenere e decodificare — spesso in contrasto con le istanze morali della coscienza — per Jung essa rappresenta una guida simbolica e trasformativa, capace di orientare l’individuo verso un processo di integrazione e autorealizzazione. La censura freudiana e l’auto-regolazione simbolica junghiana delineano due modi differenti di intendere la relazione tra coscienza e inconscio: l’una più difensiva, l’altra più dialogica. Comprendere questa doppia prospettiva ci permette di ampliare la visione sull’attività dell’inconscio non solo in ambito clinico, ma anche nella vita quotidiana, dove sogni, emozioni, immagini e intuizioni possono diventare portali d’accesso a una conoscenza più profonda di sé. In un’epoca in cui il contatto con l’interiorità è spesso smarrito, riscoprire il linguaggio dell’inconscio — nelle sue molteplici manifestazioni — rappresenta una via preziosa per il benessere psicologico e per la crescita personale.
Bibliografia
Freud, S. (1899). L’interpretazione dei sogni. Vienna: Franz Deuticke.
Freud, S. (1901). Psicopatologia della vita quotidiana. Vienna: Franz Deuticke.
Freud, S. (1915). L’inconscio. In Metapsicologia.
Jung, C.G. (1959). Gli archetipi e l’inconscio collettivo. Torino: Bollati Boringhieri.
Jung, C.G. (1964). L’uomo e i suoi simboli. Milano: Rizzoli.
Jung, C. G. (1959). Aion: Ricerche sul simbolismo del Sé. Opere, Vol. 9/2. Torino: Bollati Boringhieri.
Dott.ssa Giulia I. De Carlo
Psicologa Psicoterapeuta Psicoanalitico
Corso Gramsci 133 Palagianello (Ta)
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