Quanto deve durare una psicoterapia? Una domanda che apre alla riflessione interiore
Questa è una domanda molto frequente nei primi colloqui. Per poter rispondere, però, è necessario fare una serie di riflessioni che riguardano i diversi aspetti del paziente che ce la pone: la gravità dei sintomi, le risorse personali, le risorse dell’ambiente, le prospettive favorevoli, ecc. In relazione a questa domanda, a un livello più profondo, può emergere alla memoria il proprio percorso personale (almeno per gli operatori della salute mentale, per i quali è previsto un percorso terapeutico). E allora ci si domanda: quanto è durato il mio percorso? Dura ancora? Si è concluso davvero? O avverto ancora il bisogno di un terapeuta?
Durante questi passaggi mentali si innesca un dialogo interno, simile a quello che è avvenuto con il proprio terapeuta. In un attimo sorgono domande e possibili risposte. Ma ciò che è interessante è osservare come un percorso lasci una traccia indelebile nel proprio animo: una presenza che ci guida, che ci dà suggerimenti, che ci fa ricordare cose che avevamo dimenticato. In tutti i casi si tratta di un processo unico e irripetibile per ciascun individuo, durante il quale si attraversano varie fasi. Lo possiamo definire un processo che continua oltre la fine. E questa è stata una profonda riflessione che, molti anni fa, fece Jung. Per spiegare meglio questo fenomeno, vorrei raccontarvi un’esperienza personale. Qualche tempo fa, uno specializzando in psicoterapia mi fece questa domanda: “Ma quanto devono durare le psicoterapie con i pazienti? E noi, che dobbiamo fare un percorso personale per diventare psicoterapeuti, quanto deve durare?”
Nel tentativo di rispondere a queste questioni — che richiamano temi molto complessi — mi sorsero in mente una serie di ricordi e immagini che, in realtà, mi permisero di fare un’esperienza per me straordinaria. In quel momento ebbi una sorta di visione: mi vennero alla mente ricordi e immagini vivide. Ricordai alcune parole che mi avevano colpito profondamente di un libro di Jung e lo immaginai nella mia mente mentre me le diceva, offrendomi la risposta che lui aveva dato quasi un secolo prima ai suoi allievi. Così emersero spontaneamente le parole di Jung, come se fosse presente e parlasse direttamente alla mia interiorità. Dopo tanti anni e tanti testi letti di Jung, un fenomeno del genere è comprensibile. Tra scrittore e lettore si crea una particolare forma di comunicazione incorporea. E quella comunicazione si attivò tra me e l’immagine di Jung in quel momento, restituendomi le risposte che lui diede a suo tempo. Circa la durata dei trattamenti, anche all’epoca di Jung si discuteva molto. Già allora ci si domandava quanto dovesse durare una terapia per i pazienti. E considerando che anche i terapeuti dovevano entrare in analisi, ci si chiedeva quanto dovesse durare il loro percorso. Dopo un secolo, ci troviamo ancora a porci le stesse domande. Nel testo di Jung, egli sottolinea come i trattamenti possano avere molte possibili conclusioni, legate alle fasi di vita che un individuo attraversa. Tuttavia, ogni volta che si giunge a una fine, nasce contemporaneamente la sensazione di non essere giunti alla conclusione, qualcosa manca. Jung osservava inoltre, nella sua esperienza clinica, una serie di sviluppi parziali nei quali si completavano — o meno — tappe importanti. Egli le elenca con precisione. Ma la cosa più sorprendente, che lui stesso non avrebbe immaginato inizialmente, fu l’osservazione di un fenomeno nuovo. Non voglio anticiparlo. Preferisco inserire direttamente le parole di Jung e lasciare al lettore la possibilità di scoprire personalmente quale fu questo elemento nuovo.
La scoperta di Jung: il processo psicologico continua oltre la terapia
Scrive Jung nel testo Psicologia e Alchimia, a proposito di quanto debbano durare le psicoterapie e di quando possano considerarsi concluse:
“I trattamenti giungono a “una fine” in tutte le fasi possibili dello sviluppo, senza che si abbia contemporaneamente la sensazione di aver raggiunto anche “un fine”. Finali tipici, temporanei, hanno luogo: 1) dopo aver ricevuto un buon consiglio; 2) dopo aver fatto una confessione più о meno completa, ma comunque sufficiente; 3) dopo aver riconosciuto un contenuto essenziale, rimasto inconscio fino a quel momento, il quale, reso cosciente, porta come conseguenza un nuovo impulso di vita о di attività; 4) dopo un distacco dalla psiche infantile, ottenuto mediante un lavoro piuttosto lungo; 5) dopo aver trovato un nuovo modo razionale di adattamento a condizioni ambientali forse difficili о eccezionali; 6) dopo la scomparsa di sintomi dolorosi; 7) dopo che s’è verificata una svolta positiva del destino, per esempio dopo un esame, un fidanzamento, un matrimonio, un divorzio, un cambiamento di professione ecc.; 8) dopo aver riscoperto l’appartenenza a una confessione religiosa, о dopo una conversione; 9) dopo aver cominciato a costruire una filosofia pratica di vita (“filosofia” nel senso antico). Benché questo elenco sia suscettibile ancora di parecchie modifiche e aggiunte, ciò nonpertanto esso caratterizza all’ingrosso, mi sembra, le situazioni principali nelle quali il processo analitico о psicoterapeutico giunge a una fine provvisoria, in certi casi a una fine definitiva. Ma a questo punto l’esperienza ci insegna che esiste anche una categoria relativamente numerosa di pazienti, per i quali la conclusione esterna del lavoro con il terapeuta non rappresenta in nessun modo anche la fine del processo analitico. Succede piuttosto che il confronto con l’inconscio continui, e proprio in modo simile a quello di coloro che non hanno smesso il loro lavoro con il terapeuta. S’incontrano talvolta questi pazienti dopo anni, e si apprende la storia spesso notevole delle loro ulteriori trasformazioni. Queste esperienze sono state le prime ad aver rafforzato la mia supposizione che nell’anima esista un processo per così dire indipendente dalle circostanze esterne, indirizzato alla ricerca di una meta: esse mi hanno liberato dalla preoccupazione che potessi essere io la causa unica d’un processo psichico improprio (e dunque forse contro natura). “
Ciò di cui Jung si stupì fu che, in alcuni soggetti, il lavoro psicoterapeutico aveva attivato un processo capace di perpetuarsi nel tempo, potenziandosi.
Egli infatti nel suo scritto sottolinea che, per una categoria di pazienti, la conclusione esterna del lavoro con il terapeuta non aveva rappresentato in nessun modo anche la fine del processo analitico. Ciò che era accaduto, secondo Jung, era che il confronto con l’inconscio fosse continuato in modo simile a quello di coloro che non avevano interrotto il lavoro con il terapeuta.
Con sorpresa, Jung rilevò che, incontrando questi pazienti dopo anni, poteva apprendere come nella loro storia si fossero verificate ulteriori e notevoli trasformazioni nella loro personalità.
Questo passo di Jung propone diverse considerazioni, ma vorrei soffermarmi su una in particolare: la questione di ciò che egli chiama dialogo con l’inconscio.
Oggi, in psicologia, potremmo parlare di abilità dell’Io, capacità riflessive, metacognizione, intuizione ecc.. Tuttavia, se analizziamo come talvolta queste capacità si manifestano, possiamo trovare esempi molto concreti. Uno di questi è stata la mia esperienza: sentire le parole di Jung nella mia mente, come se fosse lì a suggerirmele per rispondere al mio allievo.
In un certo senso, il lavoro terapeutico può stabilizzare un dialogo interno con l’immagine di qualcuno che ci affianca nelle questioni della vita. Jung lo chiama genericamente inconscio, ma in realtà questo interlocutore interiore può assumere forme diverse: nostra madre, nostro padre, i nonni, amici significativi — tutti coloro che sono stati importanti, che ci hanno sostenuto e consigliato. In psicologia si direbbe che, in questi casi, la psicoterapia potenzia una funzione dell’Io, rafforzando la capacità di affrontare la vita in modo autonomo.
Quando la psicoterapia diventa un dialogo permanente con l’interiorità
Ma se analizziamo più a fondo i dialoghi che si svolgono nella nostra interiorità, quando emergono immagini di persone significative che ci aiutano, comprendiamo che essi sono carichi emotivamente, spesso intensi, talvolta commoventi. Con le sue parole sul dialogo con l’inconscio, Jung intendeva andare oltre ciò che si può spiegare semplicemente con concetti tecnici. Si riferiva a una relazione di cura che può continuare anche oltre la presenza fisica, persino oltre la morte. In qualche modo, il fatto che le sue parole mi siano tornate alla mente e mi sostennero nel desiderio di offrire una risposta al mio allievo ne è la prova. E a quell’allievo si aprì, forse, una porta: ossia la possibilità di comunicare con Jung attraverso la lettura dei suoi testi. Leggerli permette di conoscerlo e, sempre nella dimensione dell’immaginazione, di instaurare un dialogo costruttivo. A questo proposito alcuni filosofi affermano che i libri custodiscano l’anima di chi li ha scritti, perché attraverso la lettura possiamo ancora ascoltare le loro parole e riflettere su di esse, come se il loro scrittore fosse lì con noi. Un percorso psicoterapeutico può creare una condizione simile ai dialoghi che si possono realizzare con persone sagge, e questi dialoghi possono diventare sempre più intensi e profondi con il tempo. Jung invita a vedere questi percorsi — e la vita stessa — come un viaggio in continuo confronto con quelle entità invisibili che abitano il nostro mondo interno. E questo lavoro può avere molte forme, una è la lettura di libri, altre possono riguardare un lavoro con :
il corpo, le emozioni, gli aspetti più razionali come la cognizione;
la meditazione, l’immaginazione o la creatività;
gli altri nel confronto e nella riflessioni con un gruppo.
Le possibilità sono molteplici e la lista potrebbe continuare. È da mettere in evidenza che secondo Jung esiste una tendenza naturale interna in tutti che spinge verso l’elaborazione della propria vita. Lui la chiamò processo di individuazione e spiegò che questo processo possedeva una sua autonomia nella psiche, delle leggi e una volontà ad autodeterminarsi. Jung afferma che nell’interiorità esiste un processo orientato verso una meta, relativamente indipendente dalle circostanze esterne. La psicoterapia non crea artificialmente questo movimento, ma lo accompagna, lo facilita, lo rende consapevole. Si tratta di un processo che continua oltre la relazione terapeutica: si propaga nello spazio e nel tempo, coinvolge l’ambiente relazionale presente, ma si proietta anche verso il futuro, aprendo nuovi dialoghi e nuovi incontri. Chi entra in un processo di cura attraverso la psicoterapia può fare un’esperienza particolare: le parole ascoltate durante le sedute continuano ad avere un’eco nella quotidianità. Quando il lavoro è fruttuoso, questi elementi diventano permanenti e rappresentano una risorsa interiore stabile. È chiaro che affinché ciò avvenga possono essere necessari tempi lunghi, soprattutto quando si tratta di trasformare aspetti disfunzionali legati a esperienze cristallizzate nel tempo. Ma è altrettanto straordinario osservare come, anche il confronto con i testi scritti dai grandi pensatori possa attivare, in parallelo, un lavoro di cura su di sé attraverso le parole lette. Questo è un fenomeno che ogni individuo può sperimentare. Si potrebbe dire che le anime dei saggi rimangano vive nei loro scritti, capaci ancora oggi di raggiungere il cuore di chi legge. Ogni volta che entriamo in contatto con le parole di chi ha amato profondamente l’umanità, una parte del loro cuore può abitare la nostra immaginazione, alimentando pace interiore e nuove riflessioni. E allora possiamo anche soffermarci a pensare a quante “anime” siano custodite nelle biblioteche, quante possibilità di dialogo silenzioso vi siano racchiuse tra le pagine dei libri. Per quanto riguarda il lavoro sull’interiorità, la passione per l’esplorazione del profondo accompagnò Carl Gustav Jung fino alla morte. Il suo ultimo libro, L’uomo e i suoi simboli, ne è una chiara dimostrazione. La nascita di quest’opera è particolarmente significativa. Jung aveva ormai ottant’anni quando gli fu chiesto di scriverla ed era stanco, provato da una vita di intensa attività clinica e teorica. Era stato invitato dal giornalista John Freeman al programma della BBC Face to Face. In quell’occasione, Jung affrontò sia aspetti personali — parlando della propria famiglia e della religione — sia temi centrali della sua ricerca, come il futuro dell’umanità e la psicologia del profondo (Freeman, 1964). Dopo l’intervista, la redazione televisiva fu letteralmente inondata di lettere di persone desiderose di comprendere meglio ciò di cui Jung aveva parlato. Questo evento spinse Freeman a chiedergli di scrivere un libro destinato al grande pubblico, capace di rispondere alle numerose domande giunte alla trasmissione. In un primo momento Jung rifiutò: riteneva che la psicologia e la psicoterapia fossero discipline complesse, difficilmente traducibili in un linguaggio accessibile senza rischiare semplificazioni eccessive. Accaddero però eventi inattesi. Le lettere cominciarono ad arrivare numerose anche a casa sua: uomini e donne comuni, profondamente colpiti dall’intervista, esprimevano entusiasmo e gratitudine. In quel periodo Jung fece un sogno destinato a modificare la sua decisione (Jung, 1964). Sognò di trovarsi in un luogo pubblico, in piedi davanti a una moltitudine di persone che lo ascoltavano con attenzione, comprendendo ciò che stava dicendo. Questo sogno lo colpì profondamente. Egli vi riconobbe un’indicazione interiore: la necessità, a livello collettivo, di una comunicazione tra lui e il pubblico più diretta. Fu così che accettò di scrivere quello che sarebbe diventato L’uomo e i suoi simboli (Jung, 1964). Jung morì poco dopo la pubblicazione dell’opera, che può essere considerata una sorta di testamento spirituale, l’eredità che volle lasciare alla collettività. Grazie alla straordinaria diffusione di questo testo, molte persone hanno avuto la possibilità di intraprendere un viaggio interiore simile a quello che io stessa ho immaginato: un dialogo ideale con Jung. Ma forse ciò che Jung desiderava realmente non era tanto essere interlocutore diretto dei lettori, quanto offrire strumenti affinché ciascuno potesse dialogare con le parti più sagge della propria psiche.
Conclusione: Il dialogo interiore tra noi e la parte più saggia che ci abita è la vera meta del percorso psicoterapeutico
L’episodio del sogno di Jung mostra come il dialogo con l’inconscio possa orientare le nostre scelte. Jung si lasciò guidare dall’immagine onirica, rivedendo una posizione precedentemente assunta. Questo è coerente con la sua concezione del sogno come funzione compensatrice e regolatrice della psiche (Jung, 1964; Jung, 1969). Allo stesso modo, sia i terapeuti in formazione sia i pazienti che iniziano un percorso psicoterapeutico possono intraprendere un dialogo che, inizialmente, si svolge nella stanza d’analisi con il clinico, ma che progressivamente si interiorizza, trasformandosi in una comunicazione interna. Questo processo richiede tempo: non si tratta di un automatismo immediato, bensì di una lenta costruzione di uno spazio psichico capace di accogliere il confronto con sé stessi. Quando tale processo si avvia, il benessere che ne deriva crea le premesse per la stabilizzazione di una comunicazione immaginativa interna. Anche in assenza del terapeuta, può emergere l’eco delle sue parole, interiorizzate come funzione riflessiva e simbolica. In modo analogo a come, nella mia esperienza immaginativa, compariva Jung con le sue risposte, così il paziente può sviluppare una funzione dialogica interna che lo accompagna nelle circostanze della vita. E dunque ritornando alla domanda cruciale: quanto devono durare i trattamenti? Jung offre risposte articolate, ma suggerisce implicitamente che non sia il tempo cronologico il criterio fondamentale, bensì la meta. L’obiettivo ideale non consiste semplicemente nella remissione del sintomo, quanto piuttosto nello sviluppo di un rapporto vivo con l’inconscio, capace di fungere da guida attraverso le molteplici manifestazioni simboliche con cui esso si presenta. Le conclusioni di un trattamento sono tante; tuttavia, nella prospettiva junghiana, la fine “ideale” potrebbe coincidere con il momento in cui il paziente è riuscito a instaurare un dialogo autentico con la propria interiorità, sviluppando la capacità di riconoscere e utilizzare i messaggi dell’inconscio come orientamento nel proprio percorso esistenziale.
Riferimenti bibliografici
Freeman, J. (1964). Face to Face [Intervista televisiva a C. G. Jung]. BBC Television.
Jung, C. G. (1964). L’uomo e i suoi simboli. Milano: Rizzoli.
Jung, C. G. (1969). La dinamica dell’inconscio (Opere, Vol. 8). Torino: Bollati Boringhieri.
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L’inconscio e la sua naturale tendenza a emergere: il contributo di S. Freud e C. G.Jung

