Ascolta quella VOCE che ti Porta PACE.
“Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato” .Gv 15,12
Nel versetto del vangelo Gv 15,12 leggiamo questa bellissima esortazione di Gesù che equivale a dire “amati come io ti amo”. Nei momenti di tristezza, di dolore e di difficoltà queste parole possono essere la salvezza e dare quella forza per rialzarsi. La verità è che non siamo mai soli… in ogni passo e in ogni ombra… c’è sempre qualcosa… una presenza o un’entità che ci accompagna se siamo disposti a rivolgergli lo sguardo. Può accaderci di avere la sensazione che intorno a noi ci sia qualcosa di strano che sfugge alla nostra vista e ai nostri sensi (Jung, 1959). Più che una semplice informazione raccolta dal mondo fisico, si potrebbe trattare di una sensazione sottile, che sembra provenire da una sorta di sesto senso. Queste percezioni spesso ci spaventano, perché ciò che non conosciamo tende a generare paura. Ma in quelle sensazioni spesso si nascondono gli echi delle nostre esperienze, le voci delle persone che abbiamo conosciuto e che per qualche motivo ci sono entrate dentro (Jung, 1964). Così come un ombra non lascia mai il suo possessore, allo stesso modo siamo in relazione con chi ci è entrato nel cuore indipendentemente dalla sua presenza fisica. Di queste presenze spesso non siamo consapevoli perché dopo essere state in relazione con noi, con il passare del tempo, il loro ricordo sì affievolisce sino ad entrare nell’oblio. Eppure come degli echi nell’ombra continuiamo a sentire l’influenza che hanno generato in noi le loro parole, sotto forma spesso di pensieri che crediamo siano i nostri (von Franz, 1980).
Gli “Oggetti Ponte” elementi di Unione tra noi e gli altri in assenza del Corpo Fisico
Ciò che accade, spesso a nostra insaputa, è che le persone care che abbiamo amato profondamente continuino a vivere dentro di noi, al punto che, inconsciamente, tendiamo a cercarle negli altri. Non di rado crediamo persino di averle trovate, o meglio, di averle “ritrovate”. Questa sensazione emerge con particolare intensità all’inizio di una relazione sentimentale o nella nascita di una nuova amicizia, quando l’altro sembra incarnare qualcosa di familiare, noto, rassicurante. Dal punto di vista psicoanalitico, questo fenomeno viene chiamato “transfert” e può essere compreso come una riattivazione di rappresentazioni affettive interiorizzate, che orientano il nostro modo di entrare in relazione (Freud, 1926). Donald W. Winnicott ( 1953) descrive in modo particolarmente efficace la nascita di queste immagini interne nella sua teoria dell’oggetto transizionale e dell’area transizionale dell’esperienza. L’oggetto transizionale può essere un oggetto qualsiasi — classicamente identificato con la celebre “coperta di Linus” — che il bambino utilizza per tollerare l’assenza temporanea della madre. Tuttavia, nella vita adulta, tale funzione non scompare, ma tende a trasformarsi: possiamo pensare, ad esempio, alla fede nuziale tra coniugi o al ciondolo a forma di cuore diviso in due, indossato dai fidanzati, come simboli che permettono di mantenere una continuità affettiva con l’altro anche nella distanza fisica. Winnicott (1971) mette in evidenza come, nei primi mesi di vita, l’oggetto transizionale diventi un vero e proprio “ponte” tra il mondo interno e la realtà esterna. Quando la madre non è presente, l’oggetto assume la funzione di sostituto affettivo: consola il bambino e gli consente di tollerare la separazione, mantenendo viva l’esperienza del legame. Attraverso questo oggetto, il bambino può fare esperienza del fatto che, anche se la madre non è immediatamente disponibile, il suo amore continua a esistere e la farà tornare da lui. In questo senso, l’oggetto transizionale rappresenta una delle prime forme attraverso cui l’essere umano impara a dare forma simbolica all’assenza e a trasformarla in una presenza interiorizzata (Winnicott, 1958). Da adulti questo fenomeno non si estingue, degli oggetti diventano dei simboli rappresentando delle relazioni, delle persone care e anche delle divinità. Per esempio (Jung, 1961) la croce è diventata per il cristianesimo il simbolo dell’amore di Cristo e del suo sacrificio, l’emblema dell’eternalizzazione dell’amore che va oltre la morte. Allo stesso modo, nella vita di ogni individuo, diversi oggetti diventano importanti perché richiamano esperienze significative legate a persone amate. Anche quando le perdiamo di vista, ciò che abbiamo vissuto con loro lascia comunque un segno profondo che ci trasforma. Senza rendercene conto, li portiamo dentro di noi, così come custodiamo le rivoluzioni interiori che ci hanno permesso di vivere. C’è sempre qualcosa che nell’ombra della psiche ci richiama alla mente quelle esperienze che abbiamo vissuto, ma questo vale sia per le esperienze positive che quelle dolorose. Ne consegue che siamo circondati da tanti oggetti ponte che richiamano cose che abbiamo vissuto; Winnicott direbbe che siamo circondati da tanti oggetti transizionali. Vi sono momenti della vita in cui sperimentiamo stati di malessere profondo senza riuscire a comprenderne l’origine. Accade perché un elemento del presente — un odore, una parola, un luogo, uno sguardo — può attivare in modo improvviso una memoria dolorosa, spesso non più accessibile alla coscienza. In questi casi, l’angoscia emerge come un eco del passato che si sovrappone al presente, lasciandoci disorientati e privi di un nesso logico apparente. Dal punto di vista psicodinamico, si tratta dell’irruzione di contenuti affettivi non simbolizzati, che riemergono sotto forma di esperienza corporea ed emotiva piuttosto che come ricordo narrabile (Janet, 1907; van der Kolk, 2014). Questo fenomeno è particolarmente evidente negli attacchi di panico, che insorgono in modo improvviso e destabilizzante. Chi ne soffre riferisce spesso di non comprendere cosa abbia scatenato l’episodio, come se l’angoscia si accendesse da sola, senza un motivo riconoscibile. La psicodinamica del panico mostra invece come, in prossimità dell’insorgenza del sintomo, i meccanismi di difesa possano attivare un processo di rimozione, scissione o annullamento delle immagini e dei contenuti psichici collegati all’esperienza emotiva originaria (Freud, 1926/1979; Kernberg, 1984). In questo modo, il soggetto percepisce solo l’esplosione del sintomo — il cuore che accelera, il fiato corto, la sensazione di morire o di impazzire — ma non il percorso interno che ha condotto a quell’attivazione. La persona si ritrova così in balia dell’incognita, prigioniera di uno stato emotivo di cui non riesce a individuare la causa. Come sottolineato dalla teoria dell’attaccamento e dagli studi sul trauma, l’angoscia può emergere come segnale di una minaccia interna arcaica, legata a esperienze di perdita, separazione o impotenza vissute precocemente e non elaborate (Bowlby, 1980). Eppure, anche quando il significato resta nascosto alla coscienza, possiamo ipotizzare che qualcosa nel presente abbia funzionato da ponte verso contenuti profondamente dolorosi, appartenenti alla nostra storia emotiva. Si tratta di frammenti interiori che non hanno potuto essere integrati nell’esperienza psichica e che, proprio per questo, continuano a manifestarsi attraverso il corpo e l’angoscia ( Petrini, De Carlo 2013) In questa prospettiva, il sintomo non è soltanto un disturbo da eliminare, ma anche un tentativo della psiche di dare voce a ciò che è rimasto senza parola, chiedendo ascolto, riconoscimento e trasformazione (McDougall, 1989).
Jung e l’eternalizzazione dell’amore vissuto nelle relazioni oltre la morte
Anche Carl Gustav Jung approfondì questo tema, collegandolo a una dimensione dell’inconscio personale che parla attraverso i sintomi. Jung intuì presto che tali fenomeni possedevano un carattere universale e li mise in relazione con lo sviluppo della sua teoria degli archetipi (Jung, 1959/1980). Egli osservò che questi “oggetti ponte” — elementi capaci di collegare il mondo interiore con quello esterno — erano presenti fin dai primordi della civiltà umana come forme originarie di rappresentazione. Secondo la sua visione, la natura avrebbe dotato ogni essere umano della capacità simbolica di attribuire significati profondi anche a oggetti materiali: un esempio emblematico è quello della croce, che nel corso dei secoli ha condensato in sé esperienze emotive, spirituali e collettive. Secondo Jung, tali oggetti possiedono potenzialità terapeutiche perché fungono da veicolo per contenuti inconsci che, restando nell’ombra, generano sintomi e sofferenza psichica (Jung, 1964/1997). Proprio per questa ragione, le tecniche della psicoterapia analitica si fondano sull’uso del simbolo come strumento privilegiato per accedere alla psiche inconscia. L’interpretazione dei sogni e la pratica dell’immaginazione attiva furono da lui affinate per creare un ponte tra la coscienza e gli aspetti più profondi della personalità, permettendo al paziente di elaborare ciò che non ha potuto essere integrato. Jung (1959) individuò inoltre una dimensione psichica arcaica e condivisa da tutti gli esseri umani con un linguaggio proprio fatto di simboli ossia l’inconscio collettivo. Questo luogo sarebbe popolato dagli archetipi, ovvero immagini universali che rappresentano esperienze fondamentali realmente vissute dall’umanità nel suo passato evolutivo (Jung, 1959/1980). Questi archetipi continuano a influenzare la vita dell’individuo perché incarnano modelli relazionali originari — in particolare quelli legati alle figure genitoriali — che costituiscono la matrice attraverso cui impariamo a essere nel mondo. Tuttavia, Jung sottolineava con forza che il processo di maturazione psichica – che chiama processo di individuazione – viene attivato e si radica nella persona soprattutto se viene vissuto in una relazione esperienziale concreta. Prima di diventare una realtà interna, la relazione deve essere vissuta nella vita reale, possibilmente con un altro essere umano. Infatti autori come Franz Alexander (1930) sottolineano come un lavoro psicoterapeutico efficace avviene proprio quando, nella stanza di analisi, nasce una nuova relazione significativa: essa diventa un’esperienza emotivamente correttiva, capace di trasformare i modelli interni disfunzionali e di generare un nuovo modo di stare al mondo. Quando il percorso terapeutico procede in modo profondo e autentico, ciò permette di riequilibrare antiche ferite relazionali che spesso affondano le loro radici nell’infanzia. È infatti in questa fase che si struttura gran parte del nostro modo di essere: accanto a esperienze di cura, protezione e comprensione, possono coesistere ferite legate all’abbandono, alla trascuratezza o agli abusi. Non sempre chi si è preso cura di noi, pur con le migliori intenzioni, è riuscito a evitarci il dolore. E tuttavia, quando siamo fortunati, i gesti di amore ricevuti diventano come semi che germogliano dentro di noi, dando vita a forme diverse di bellezza e resilienza. Da tali esperienze può nascere anche la capacità di riconoscere immagini simboliche potenti che rappresentano l’amore ricevuto. Una delle più profonde, nel mondo occidentale, è quella del Cristo come simbolo di amore eterno. Gesù diventa la rappresentazione archetipica dell’amore che abbiamo conosciuto e che continuiamo a cercare. Nel Vangelo egli afferma: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 15, 9–17), richiamando quel legame originario che fonda la possibilità stessa di una trasformazione interiore. In questa frase sembra richiamare la necessità di creare una catena di esperienze di profondo amore, ma per poterlo dare è necessario conoscerlo, averlo vissuto. Forse il senso della reincarnazione è proprio questo, nel momento in cui siamo madri o padri, amici, compagni per vivere un sincero sentimento di amore abbiamo bisogno che quello si realizzi nella carne, che si viva nella vita e si manifesti. Chi cresce un figlio si deve profondamente innamorare del suo bambino con quel fervore che Gesù mostrò a tutta l’umanità con il sacrificio di se stesso. In quel gesto possiamo dire che il Cristo ha manifestato ciò che si riesce a fare quando si vive il sentimento più grande. Come Gesù ha sacrificato una parte di sé per amore, così siamo invitati a sacrificare qualcosa di noi per un bene superiore. Ma questo non significa distruggerci ma amare l’altro ma anche noi stessi. L’ egoismo, gli interessi personali, i soldi, gli istinti di rabbia e vendetta sono quella parte che va sacrificata necessariamente se si vuole rinascere rinnovati liberi da quelle emozioni che ci avvelenano giorno dopo giorno. Forse, Gesù con i suoi gesti e la sua vita è lì per dare amore a chi ne ha avuto poco o anche come esempio per chi ne può dare di più. Se vediamo oltre l’aspetto religioso, quello psicologico è facile constatare che l’immagine di Gesù risponde al bisogno universale di trovare una risorsa e una speranza quando sembra che tutto è perduto.
Conclusione: l’Immagine del Cristo eternalizza il bene più grande
❤️🔥In questo senso è straordinario come l’immagine del Cristo risponda all’esigenza dell’essere umano di eternizzare il bene più grande. In questa immagine ci si può rifugiare, rivivendo quelle sensazioni di amore eterno che sicuramente abbiamo vissuto in alcuni momenti della nostra vita. Probabilmente se siamo vivi è perché qualcuno, anche se avvolte male, ci ha protetto, ci ha amato e ci ha fatto sentire a salvo da tutte le intemperie della vita. La rincarnazione di Cristo ogni anno viene festeggiata con la santa Pasqua possiamo immaginare come questo rito rappresenti il bisogno di tutte le genti di un simbolo di luce nell’oscurità più assoluta. Davanti alle avversità che la vita dispensa non si è perduti, proprio lì, e possibile trovare la sua luce, in quei luoghi di disperazione, lui è sempre pronto a dirci che ci ama infinitamente. “Amatevi gli uni e gli altri come io vi ho amato” equivale a dire “amati come io ti amo”. Nei momenti di tristezza, di dolore e di difficoltà queste parole possono essere la salvezza e dare quella forza per rialzarsi. Accade spesso che alcuni pensino ai riti come delle false e delle perdite di tempo ed energie. Questo è vero per alcuni ma per molti può esser quella voce interiore che avevano perso, quella voce che dice PACE, PACE, PACE nel cuore di chi ne ha bisogno.
E non esiste persona che non ha bisogno di sentire “PACE” nel proprio cuore.
Grazie per l’attenzione.
👉 Dott. Sa Giulia Iolanda De Carlo
Psicologa Psicoterapeuta
Corso Gramsci,133, Palagianello (Ta)
Tel 3201987812
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