Introduzione: la Guida Interiore nella cura in Psicoterapia
Che cosa orienta davvero il processo terapeutico? È davvero possibile individuare una forza interiore capace di guidare la persona verso la propria realizzazione? Questa domanda, che attraversa la storia del pensiero filosofico e psicologico, rappresenta ancora oggi uno dei nuclei centrali della pratica clinica. Se la psicoterapia contemporanea interpreta il cambiamento attraverso modelli relazionali, approcci evidence-based o processi neurobiologici, esiste un’altra prospettiva autorevole che invita a volgere lo sguardo verso una dimensione più profonda dell’essere umano: quella della vocazione individuale. In questa linea si colloca la riflessione di James Hillman che, nel suo celebre The Soul’s Code (Il codice dell’anima), propone una lettura radicale del processo di crescita: non siamo plasmati soltanto dall’ambiente, dalla genetica o dalla storia personale, ma siamo spinti da un’immagine originaria che desidera realizzarsi (Hillman, 1996). Hillman recupera un’intuizione già presente in Platone, in particolare nel Mito di Er narrato nel Libro X della Repubblica, dove il filosofo descrive un dàimon assegnato a ogni individuo, una guida interiore che custodisce il principio formativo dell’esistenza (Platone, ca. 380 a.C./2005). Questo dàimon non determina la scelta dell’anima—che rimane libera e responsabile del proprio destino—ma ne accompagna il cammino, ricordando costantemente la direzione verso cui è chiamata a tendere (Reale, 2002). Accanto alla visione platonica, anche Aristotele offre un contributo essenziale alla comprensione della realizzazione personale, introducendo la distinzione tra dynamis (potenza) ed energeia (atto). Ogni essere umano, secondo Aristotele, possiede potenzialità che chiedono di essere attualizzate, e il compimento dell’esistenza consiste proprio nel trasformare le proprie possibilità interiori in forme pienamente realizzate (Aristotele, ca. 350 a.C./1999). La vocazione può dunque essere interpretata come quell’impulso che spinge la persona a passare dalla potenza all’atto, orientando la vita verso la realizzazione delle proprie inclinazioni più autentiche. Nella prospettiva hillmaniana, il dàimon diventa così la figura psicologica che incarna questa dinamica: rappresenta la vocazione interna, il richiamo profondo che orienta la persona verso ciò che sente autenticamente “suo”. La terapia, di conseguenza, non è solo un percorso finalizzato alla rimozione dei sintomi, ma diventa un processo di riconnessione con questa immagine interiore, un riavvicinamento al nucleo più originale della propria identità (Hillman, 1996). Come sottolinea la psicologia analitica a partire da Jung, i sintomi stessi possono essere letti come tentativi dell’anima di riportare l’individuo verso un asse più autentico (Jung, 1963). Questa visione, che unisce mitologia, filosofia e psicologia, restituisce al soggetto un ruolo attivo nella costruzione del proprio destino, in continuità con l’eredità socratica che vede nella scelta consapevole uno dei pilastri della vita buona (Vlastos, 1991). Il presente articolo esplora proprio questa trama profonda: a partire dal Mito di Er, dalla “teoria della ghianda” e dal concetto aristotelico di potenza e atto, indagheremo come Platone, Aristotele e Hillman convergano su un punto fondamentale. La realizzazione personale non è un prodotto del caso né una semplice risposta adattiva all’ambiente: è il risultato di un dialogo continuo con quell’immagine interiore che, silenziosamente, orienta il nostro cammino.
Il Mito di Er
Il Mito di Er,[1] narrato da Platone nel Libro X della Repubblica, racconta la storia di Er, un valoroso soldato originario della Panfilia, caduto in battaglia. Durante i preparativi per il suo rogo funebre, Er tornò inaspettatamente in vita e riferì ai compagni ciò che la sua anima aveva visto nell’aldilà. Egli raccontò che, una volta separatasi dal corpo, la sua anima aveva viaggiato insieme a molte altre fino a un luogo sacro, dove sedevano i giudici delle anime. Lì si aprivano quattro grandi fessure: due conducevano verso il cielo e due verso le profondità della terra. I giudici esaminavano le anime e collocavano sul petto dei giusti, e sulle spalle dei malvagi, un segno che indicava la loro sorte: ai primi veniva ordinato di ascendere al cielo, ai secondi di scendere nel sottosuolo. A Er venne intimato di osservare attentamente tutto ciò che sarebbe accaduto, affinché potesse poi riferirlo agli uomini. Da una delle voragini sotterranee, Er vide riemergere anime sporche, stanche e lacere, giunte alla fine di un lungo viaggio durato mille anni, durante il quale avevano espiato le loro colpe. Coloro che in vita avevano commesso ingiustizie subivano pene dieci volte superiori ai mali inflitti, mentre le buone azioni venivano ricompensate in egual misura. I castighi erano sempre temporanei, con una sola eccezione: i tiranni e i malvagi estremi. Tra questi, Platone cita Ardieo, despota di una città panfilica, colpevole di parricidio, fratricidio e numerosi altri delitti. A differenza degli altri, tali anime non potevano risalire alla luce: ogni volta che tentavano di uscire dalla voragine, questa emetteva un cupo ruggito, e i demoni le afferravano, le scorticavano e le rigettavano negli Inferi, condannandole a un tormento eterno. Le anime che avevano completato il loro cammino sostavano sette giorni in quel luogo, poi venivano condotte a marciare per altri quattro giorni fino a raggiungere una visione sublime: un immenso bagliore simile a un arcobaleno, al cui centro si ergeva il grande fuso del destino, posto sulle ginocchia della dea Ananke, la Necessità. Il fuso era composto da otto cerchi concentrici, che ruotavano armoniosamente uno dentro l’altro. Su ciascun cerchio sedeva una Sirena che emetteva una singola nota, e l’insieme dei loro suoni formava un’armonia perfetta. Accanto ad Ananke sedevano le sue figlie, le tre Moire: Cloto, che tesse il presente; Lachesi, che regge il passato; e Atropo, «colei che non può essere dissuasa», custode del futuro irreversibile. Un araldo si rivolgeva alle anime e le disponeva in fila dinanzi a Lachesi. Poi, prendendo dalle sue ginocchia un grande numero di sorte e modelli di vita, procedeva al sorteggio. A ciascuna anima veniva ricordato che sarebbe stata pienamente responsabile della propria scelta e che anche chi avesse pescato per ultimo avrebbe trovato comunque abbondanza di vite tra cui scegliere. Er racconta che le anime sceglievano il loro destino non solo secondo la sorte del sorteggio, ma anche in base alle inclinazioni maturate nelle vite precedenti. Alcune anime provenienti dal cielo, rese virtuose non da vera consapevolezza ma dall’abitudine a vivere in città ben governate, sceglievano con leggerezza. Una di esse, desiderosa di novità, scelse precipitosamente la vita di un tiranno, rendendosi conto solo dopo che quella vita era colma di dolori e rimpianti. Le anime provenienti dal sottosuolo, al contrario, avendo fatto esperienza diretta delle sofferenze causate dalle loro azioni, sceglievano con maggiore prudenza. Platone menziona anche anime illustri: Agamennone, ferito dalle ingiustizie subite dagli uomini, scelse la vita di un’aquila; Orfeo, che odiava il genere femminile perché la sua morte era stata causata dalle donne, scelse la vita di un cigno per non rinascere da una madre; Odisseo, stanco delle sue avventure e dei rischi dell’esistenza precedente, cercò e ottenne l’esistenza più tranquilla e semplice possibile. Una volta effettuata la scelta, ciascuna anima riceveva da Lachesi un daimon, un genio tutelare incaricato di vegliare sulla realizzazione della vita prescelta. Poi si recava da Cloto, che sanciva il destino facendolo ruotare con il fuso del presente, e infine da Atropo, la quale rendeva irrevocabile e definitivo il cammino scelto. Compiute queste tappe, le anime attraversavano la vasta e arida pianura del Lete. Giunte alle sponde del fiume Amelete, si fermavano a riposare e venivano obbligate a bere l’acqua dell’oblio: chi era saggio ne beveva con moderazione, chi era imprudente in modo eccessivo. Quando, nel cuore della notte, tutte si erano addormentate, un grande terremoto le scosse e le proiettò verso la loro nuova incarnazione. Er fu l’unico a non bere l’acqua dell’oblio. Si risvegliò improvvisamente sulla pira funebre, ricordando ogni cosa. Grazie alla memoria dell’esperienza vissuta, poté riferire agli uomini una grande verità: la possibilità di vivere una vita giusta, consapevole e saggia dipende dalla capacità di scegliere responsabilmente il proprio destino, in questo mondo come nell’altro.
Significato filosofico del Mito di Er nella prospettiva di Platone
Nel Mito di Er, Platone elabora un concetto profondamente ispirato dagli insegnamenti socratici, introducendo una visione dell’esistenza che, nel contesto della Grecia antica, rappresentava una svolta culturale significativa. All’epoca, infatti, era opinione comune che il destino umano fosse interamente determinato dalla volontà degli dèi, un’idea che alimentava un atteggiamento fatalista e deresponsabilizzante, in cui l’essere umano non veniva considerato agente attivo del proprio cammino (Platone, Repubblica, X). Tale prospettiva risulta, a ben vedere, riduttiva: attribuire tutto a cause esterne significa negare qualsiasi possibilità di autodeterminazione. Platone, attraverso il racconto di Er, intende mostrare che accanto al caso e alla volontà divina esiste anche la capacità dell’individuo di recitare un ruolo attivo nella propria vita. Gli dèi stessi, infatti, assegnano a ogni essere umano un dàimon, una guida tutelare incaricata di vegliare sull’attuazione della missione prescelta, ma senza determinarne la scelta (Platone, Repubblica, X). Platone inserisce questo mito nel decimo libro della Repubblica come un modo narrativo per esprimere la compresenza, nella vita umana, di tre elementi fondamentali: libertà, caso e necessità (fato). Il mito rende evidente che l’esistenza non è interamente predestinata, ma neppure totalmente arbitraria: essa si struttura nell’intreccio di ciò che accade, ciò che è dato e ciò che scegliamo. Particolarmente suggestive sono le parole che Platone attribuisce a Lachesi, figlia di Ananke, nel momento in cui le anime sono chiamate a scegliere la propria prossima vita:
«Anime, che vivete solo un giorno (ephémeroi), comincia per voi un altro periodo di generazione mortale, portatrice di morte (thanotephòron). Non vi otterrà in sorte un dàimon, ma sarete voi a scegliere il dàimon. (…) La virtù (areté) è senza padrone (adéspoton) e ciascuno ne avrà di più o di meno a seconda che la onori o la spregi. La responsabilità è di chi sceglie; il dio non è responsabile.» (Platone, Repubblica, X, 617e)
Il messaggio che Platone consegna attraverso il mito ha una portata profondamente innovativa, poiché sovverte l’intera tradizione precedente. Sotto la forma narrativa di un racconto ultraterreno, collocato strategicamente al termine del suo capolavoro, Platone afferma che ciò che siamo dipende in larga parte dalle nostre scelte. Non esiste una disposizione dell’anima fissata a priori né una forza divina — il dàimon — che possa condurci al bene o al male indipendentemente dal nostro arbitrio. Socrate, commentando il mito, sottolinea un punto decisivo: saper scegliere un modello di vita giusto ed evitare un paradigma ingiusto è essenziale per raggiungere l’eudaimonia, la “buona disposizione dell’anima”, che coincide con la piena realizzazione e la felicità (Platone, Repubblica, X). La scelta del proprio destino, se compiuta con consapevolezza, rende possibile una vita successiva più felice; allo stesso modo, anche noi che ascoltiamo il racconto di Er siamo chiamati a ricordarlo e a orientare la nostra esistenza secondo giustizia, saggezza e discernimento. Sebbene la sorte terrena diventi irrevocabile dopo essere stata scelta, il potere di compiere la scelta — ciò che determina la qualità della nostra vita futura — rimane nelle mani dell’individuo. È questo il grande insegnamento del mito di Er, destinato ad avere una vasta influenza nei secoli successivi. Nel Rinascimento, ad esempio, questa visione alimenterà l’idea che la virtù possa prevalere sulla sorte, e nascerà la celebre formula homo faber suae quisque fortunae: l’uomo è artefice libero del proprio destino.
Hillman, il Daimon e la Vocazione: Come Scoprire il Codice dell’Anima
Hillman si allinea con l’insegnamento posto nel Mito di Er invitando il lettore a riflettere sul senso della propria vita. Partendo dall’assunto junghiano che esistono forze che desiderano la nostra realizzazione e felicità, Hillman sottolinea come queste forze ci accompagnino quotidianamente e influenzino costantemente la nostra percezione di: “essere dove vogliamo essere”, “fare ciò che siamo destinati a fare” e “diventare l’espressione delle nostre potenzialità” (Hillman, 1996). Secondo Hillman, una vita vissuta seguendo questa direzione è degna di essere vissuta; pertanto, ciascuno dovrebbe tener presente questa legge interiore. Nel suo libro Il codice dell’anima Hillman ( 1996), evidenzia che solo compiendo atti coerenti con questa vocazione possiamo sentire profondamente di essere sulla strada giusta. Tuttavia, eventi sfortunati durante la crescita o problematiche transgenerazionali possono ostacolare questo processo naturale (Hillman, 1996). Ma facciamo un passo indietro.
Cos’è il “Codice dell’Anima” per Hillman?
Si tratta di un concetto secondo cui ciascuna persona nasce con una sorta di progetto interiore, una vocazione profonda che guida la propria vita. Non riguarda il destino in senso deterministico, né di un semplice sviluppo lineare di talenti, ma di una chiamata che si manifesta attraverso simboli, immagini e inclinazioni uniche. Per descrivere questo principio, Hillman utilizza la metafora della ghianda in quanto ogni ghianda contiene in potenza la quercia che è destinata a diventare. Per Hillman ogni persona porta in sé una forma unica che chiede di essere realizzata. Questa potenzialità non dipende solo dalla genetica o dall’ambiente, ma da una dimensione più profonda dell’anima. Hillman sottolinea come siamo custoditi da una forza interiore che ci vuole realizzati, personificata nel daimon del Mito di Er:
“Se esiste un dàimon è ciò che si nasconde dietro parole come ‘vocazione’, ‘chiamata’, ‘carattere’. Se esiste, è la chiave per leggere il ‘codice dell’anima’, quella sorta di linguaggio cifrato che ci spinge ad agire ma che non sempre comprendiamo” (Hillman, 1996, p. xx).
Nel suo libro, Hillman riflette su come questa forza possa essere osservata attraverso la vita di figure note che sono riuscite a realizzare la propria missione personale, trovando appagamento al di là della fama o del denaro. Attraverso storie di personaggi come Judy Garland, John Lennon, Tina Turner, Truman Capote, Quentin Tarantino, Woody Allen, Hannah Arendt, Richard Nixon, Henry Kissinger, fino a figure estreme come Hitler e serial killer, Hillman illustra come il daimon operi nell’inconscio umano (Hillman, 1996).
Queste narrazioni paradigmatiche aiutano a comprendere non solo il funzionamento della psiche, ma anche la presenza costante di questo compagno segreto, da cui, più di ogni altro fattore, dipende la nostra vita. La psicologia immaginale, come proposta da Hillman, invita quindi a riconoscere e ascoltare questa voce interiore, restituendo significato e direzione al nostro percorso esistenziale (Hillman, 1996; Jung, 1963).
Curiosità: la similitudine tra la “Teoria della Ghianda” e il concetto di “Potenza e Atto” di Aristotele
La teoria della “ghianda” elaborata da James Hillman rappresenta uno dei contributi più originali alla psicologia archetipica. Secondo Hillman, ogni individuo nasce con un’immagine interiore, un daimon, che custodisce la sua vocazione più autentica e lo guida verso la realizzazione di ciò che è chiamato a diventare (Hillman, 1996). Per spiegare questa idea, Hillman utilizza la metafora della ghianda: così come ogni ghianda contiene in potenza la forma della quercia, allo stesso modo ogni essere umano porta dentro di sé un nucleo di significato e una direzione di vita che chiede di manifestarsi. A un primo sguardo, questa prospettiva può apparire profondamente innovativa. Tuttavia, mette in gioco dinamiche che trovano sorprendenti affinità con la filosofia classica, e in particolare con la distinzione aristotelica tra potenza e atto. Aristotele, nella Metafisica, descrive la potenza (dynamis) come ciò che una cosa può diventare in virtù della propria forma intrinseca, mentre l’atto (energeia) è il compimento pieno e attualizzato di quella possibilità (Aristotele, Metafisica, IX). In altri termini, il filosofo greco non concepisce la potenza come una possibilità generica, bensì come una tendenza ontologica radicata nella natura stessa dell’essere. È proprio in questo punto che la metafora hillmaniana e la metafisica aristotelica si incontrano. Per Hillman, la potenzialità inscritta nella “ghianda” non deriva soltanto dall’ambiente, dall’educazione o dalla genetica. Essa proviene da una dimensione più profonda dell’anima, una forma già presente in noi che chiede di emergere, analogamente alla potenza aristotelica che esiste prima ancora della sua realizzazione (Hillman, 1996). La vocazione non è un prodotto dell’esperienza, ma un principio attivo, un impulso orientato verso un fine. Anche Aristotele, infatti, riteneva che ogni essere naturale fosse animato da un principio interno di sviluppo, un telos verso cui tendere. La ghianda non diventa quercia per caso: è già “quercia in potenza”. La psicologia archetipica trasferisce questa intuizione nel campo dell’esistenza umana, reinterpretando la potenza non come semplice possibilità, ma come chiamata individuale. Un ulteriore punto di contatto emerge dal riferimento hillmaniano al daimon, figura centrale anche nel Fedro e nel Mito di Er di Platone. Il daimon è ciò che conosce prima di noi il nostro destino e custodisce la nostra forma più autentica (Platone, Fedro, 246°–249d). Hillman riprende questa immagine e la reinterpreta in chiave psicologica, sostenendo che ciascun individuo è accompagnato da un principio interiore che ne tutela la crescita e spinge verso l’attualizzazione della propria immagine originaria (Hillman, 1996). Ciò non elimina la responsabilità personale: come Aristotele sottolinea, la potenza può restare inespressa se non viene coltivata. Allo stesso modo, nella prospettiva hillmaniana, la “ghianda” non garantisce il destino, ma lo rende possibile. Ciò che si è in potenza richiede ascolto, maturazione e scelte consapevoli per divenire atto. In questa luce, la teoria della ghianda può essere letta come una versione psicologica contemporanea della relazione aristotelica tra potenza e atto: un invito a riconoscere e sviluppare la forma interna che già abita l’individuo. Una metafora che ricorda a ogni persona che la piena realizzazione non è un modello esterno da imitare, ma un seme da far germogliare.
Conclusione: La Psicoterapia come Via per ritrovare la propria Autenticità e Vocazione Profonda
Il Mito di Er e la riflessione di Hillman sul daimon ci conducono verso una considerazione essenziale per la pratica clinica contemporanea: ogni percorso terapeutico è innanzitutto un viaggio di riconoscimento della propria direzione interiore. Nella prospettiva platonica, l’essere umano non è un semplice erede passivo di circostanze esterne, ma un agente capace di scegliere e modellare il proprio destino (Platone, 2005). Questa intuizione filosofica trova un’eco potente nella psicologia immaginale di Hillman, secondo cui ciascun individuo è portatore di un’immagine originaria, una vocazione che preme per essere realizzata e che spesso riemerge nei momenti di crisi, smarrimento o trasformazione (Hillman, 1996). In terapia, questo tema si traduce in un lavoro di ascolto attento dei sintomi, dei desideri, delle nostalgie e delle contraddizioni dell’individuo: tutte manifestazioni attraverso cui il daimon tenta di attirare l’attenzione, indicando che qualcosa nella vita attuale non è più in risonanza con la propria autenticità. Come sottolineano anche gli studi contemporanei sull’immaginazione e sulla struttura motivazionale profonda, esiste sempre un nucleo di senso che orienta l’individuo verso forme più compiute di espressione di sé (Vlastos, 1991; Reale, 2002). Il processo terapeutico diventa dunque una forma di anamnesi in senso platonico: un ricordare ciò che la psiche già sa, ma che talvolta è stato coperto da adattamenti, traumi, aspettative familiari o condizionamenti sociali. In questa prospettiva, la cura non consiste nel correggere un funzionamento ritenuto difettoso, ma nel creare uno spazio in cui la voce del daimon possa essere finalmente ascoltata senza paura, senza giudizio e senza pressioni normalizzanti. Hillman (1996) invita in modo esplicito a considerare la psicoterapia come un cammino che restituisce all’individuo la possibilità di essere fedele alla propria immagine interna, anziché a ideali esterni. Nella prospettiva psicoanalitica, Bolognini sottolinea come il processo terapeutico si svolga in gran parte nell’ambito del preconscio: è qui che i contenuti psichici provenienti dall’inconscio emergono, si organizzano e diventano disponibili alla comprensione (Bolognini, 2011). Molti di questi elementi—come sogni, ricordi, immagini spontanee o associazioni improvvise—possono affiorare alla coscienza per poi essere dimenticati o non elaborati. Tuttavia, proprio questo materiale rappresenta una risorsa preziosa per l’evoluzione psichica dell’individuo. In una psicoterapia di orientamento psicodinamico, è fondamentale riconoscere e accogliere questo flusso preconscio, perché esso permette di comprendere le ragioni profonde della sua emergenza e il valore trasformativo che può avere nel migliorare la qualità del presente del paziente (Bolognini, 2011). Il lavoro clinico si colloca dunque su quel confine delicato tra conscio e inconscio, dove i contenuti possono essere osservati, compresi e integrati, in linea con quanto già descritto nella tradizione psicoanalitica classica (Freud, 1915/1957). Attraverso questo processo, diventa possibile accedere a parti di sé rimaste bloccate a causa di traumi, ferite o stalli evolutivi. L’elaborazione di questo materiale non solo chiarisce il senso del proprio vissuto, ma apre a una prospettiva futura di potenziamento delle qualità personali: è qui che il soggetto può tornare ad abbracciare la propria vocazione, ritrovando talenti, desideri e possibilità che erano stati sospesi o soffocati nel passato (Jung, 1963a). Ciò che guida davvero il processo terapeutico, dunque, non è soltanto la tecnica, né l’interpretazione, né la correzione dei sintomi. È il movimento interno dell’anima verso la propria realizzazione, un movimento che la psicoterapia ha il compito di accompagnare e sostenere. Come ricorda Platone nel mito, «la responsabilità è di chi sceglie»; la terapia diventa allora un percorso che aiuta la persona a riconoscere la propria scelta, ad assumerla e a viverla con consapevolezza. Sin da Platone e Socrate, molti studiosi, contemporanei e non, convergono su un punto: la vita risulta autentica e profondamente appagante solo quando è vissuta in coerenza con la propria natura più vera. La psicoterapia, in questo senso, non “crea” un destino, ma aiuta ad ascoltarlo. E nel momento in cui il daimon può essere riconosciuto e seguito, il soggetto ritrova il sentimento fondamentale di essere nel posto giusto, nel momento giusto, sulla strada giusta.
Bibliografia
Aristotele. (1987). Metafisica (G. Reale, Trad.). Milano: Bompiani. (Opera originale pubblicata ca. 350 a.C.)
Bolognini, S. (2011). Come vento, come onda: Il preconscio psicoanalitico. Milano: Raffaello Cortina.
Freud, S. (1957). The unconscious. In J. Strachey (Ed. & Trans.), The standard edition of the complete psychological works of Sigmund Freud (Vol. 14, pp. 159–215). London: Hogarth Press. (Original work published 1915)
Hillman, J. (1996). Il codice dell’anima. Carattere, vocazione, destino. Milano: Adelphi.
Jung, C. G. (1963). Man and his symbols. London: Aldus Books.
Jung, C. G. (1963a). Ricordi, sogni, riflessioni. Milano: Rizzoli.
Platone. (2005). La Repubblica (trad. it. G. Reale). Milano: Bompiani. (Opera originale pubblicata ca. 380 a.C.)
Platone. (2007). Repubblica (trad. M. Vegetti). Milano: BUR.
Platone. (2008). Fedro (G. Reale, Trad.). Milano: Bompiani. (Opera originale pubblicata ca. 370 a.C.)
Reale, G. (2002). Storia della filosofia antica. Vol. 2: Platone e Aristotele. Milano: Bompiani.
Vlastos, G. (1991). Socrates: Ironist and moral philosopher. Ithaca, NY: Cornell University Press.
Grazie per l’attenzione
Dott.ssa Giulia I. De Carlo
Psicologa, Psicoterapeuta psicoanalitico
Corso Gramsci 133, Palagianello (Ta)
Tel 3201987912
Email: giuliadecarlo@hotmail.com
[1] Il mito di Er è uno dei miti descritti nelle opere del filosofo greco Platone. Narrato in una delle sue opere più ampie, La Repubblica, in conclusione del Libro X, l’ultimo[1], è considerato uno dei più importanti miti escatologici dei dialoghi di Platone; i suoi contenuti sono ispirati in maniera rilevante dal mito orfico e pitagorico della metempsicosi, ma contiene anche l’affermazione di una nuova responsabilità morale nei confronti del proprio destino dopo la morte, concetto questo in parte estraneo alla concezione tradizionale greca della vita e della morte.


4 commenti
Mi piace il contesto sul Preconscio.Penso che Jung ha adattato a se stesso il significato di Ombra un Nietzsche,che nel caso specifico penso sia il complesso edipico il cui transfert è R Wagner.Freud difese fino alla fine la teoria del complesso edipico Hillman verso la fine ebbe il rigetto di pscoanalizzare.
E’ una prospettiva interessante, potrebbe ulteriormente spiegarmi il suo punto di vista? Grazie del contributo.
Esimia dottoressa,Ho scritto due saggi su Così parlò Zarathustra e naturalmente sulla filosofia di Nietzsche.Se vuole ed è curiosa ,potrei inviaeLe un PDF Auguri ,buon lavoro.
Sarei felice di leggere il suo lavoro, può inviarlo all’email giuliaidecarlo@gmail.com. Grazie