In pochi sanno che l’interesse di Carl Gustav Jung per la psicologia nacque anche grazie alla frequentazione dei fenomeni medianici che coinvolgevano la sua famiglia. In particolare, la figura di Helene Preiswerk, sua cugina, svolse un ruolo decisivo nella nascita della vocazione junghiana verso lo studio dell’inconscio e dei fenomeni psichici.
L’incontro con Helene Preiswerk e la tesi di laurea
Durante i suoi studi universitari Jung fu affascinato dai fenomeni spiritici che coinvolgevano Helene Preiswerk , una giovane considerata dai più una medium dotata di capacità straordinarie. Proprio su di lei Jung basò la sua tesi di laurea, Psicologia e patologia dei cosiddetti fenomeni occulti, discussa nel 1900 e pubblicata nel 1902, in cui analizzava con rigore fenomeni come la telepatia, la precognizione, la medianità e la criptomnesia (Jung, 1902/1983). 
Helene invitava spesso Jung a partecipare alle sue sedute spiritiche, nelle quali manifestava comportamenti che ovcggi riconosciamo come tipici della trance ipnotica. All’epoca, tuttavia, tali manifestazioni erano interpretate come segni di poteri sovrannaturali. La trance sonnambulica, le voci interiori, le regressioni e le produzioni automatiche affascinavano e, al contempo, disorientavano gli osservatori (Ellenberger, 1970). Jung iniziò così a sviluppare un approccio originale: non considerava questi fenomeni come “paranormali”, bensì come espressioni dell’inconscio personale e collettivo. Il suo intento era comprendere il significato psicologico più profondo delle manifestazioni medianiche, mettendole in relazione con i processi simbolici e archetipici della psiche (Jung, 1934/1983).
Le origini spirituali di Jung: la famiglia materna e l’influenza dei fenomeni occulti
L’interesse di Carl Gustav Jung per il mondo dell’occulto e delle manifestazioni psichiche non nacque all’improvviso, né esclusivamente attraverso l’incontro con la cugina Helene Preiswerk. Le sue radici affondano molto più indietro, nella storia della famiglia materna, profondamente impregnata di spiritualità, visioni e fenomeni che all’epoca venivano interpretati come manifestazioni medianiche. Questo ambiente contribuì in modo decisivo alla formazione della sensibilità psicologica del giovane Jung. La madre di Jung, Emilie Preiswerk, era considerata una donna dotata di una particolare sensibilità psichica. Nella sua autobiografia, Jung ricorda che nella casa dei Preiswerk si svolgevano spesso sedute spiritiche a cui partecipavano i nonni materni insieme alla madre, nel tentativo di mettersi in contatto con la nonna defunta (Jung, 1961/2011; Ellenberger, 1970). Fin da bambino, Jung percepiva la madre come una figura duplice: da un lato amorevole e rassicurante, dall’altro misteriosa, quasi sovrannaturale, soprattutto nelle atmosfere notturne dei suoi sogni. Questa esperienza ambivalente influenzò profondamente la sua futura concettualizzazione dell’archetipo materno, caratterizzato da un aspetto luminoso e uno oscuro (Jung, 1934/1983). L’ambiente familiare, permeato di simboli religiosi, incontri medianici e racconti di presenze invisibili, contribuì a radicare nel giovane Jung l’idea che dietro i fenomeni “occulti” potesse celarsi una dinamica psichica complessa e archetipica.
Samuel Preiswerk: il nonno di Jung teologo tra spiritualità e visioni
Un ruolo significativo nella formazione di questo clima fu svolto dal nonno materno di Jung, Samuel Preiswerk (1799–1871), figura eminente della Basilea ottocentesca. Teologo protestante, pastore e psalmista della Chiesa riformata svizzera, Preiswerk era noto anche per i suoi studi di ebraistica, tra cui una grammatica molto diffusa nei circoli accademici del tempo (Ellenberger, 1970). Ma accanto alla sua autorevolezza intellettuale, diverse biografie riportano un lato più enigmatico. Si narra infatti che Preiswerk fosse incline a visioni e a presunte conversazioni con i defunti, in particolare con la prima moglie, alla quale teneva persino una sedia riservata nel suo studio (Ellenberger, 1970). Sebbene tali racconti siano talvolta ammantati da toni leggendari, è plausibile che questa atmosfera permeata di spiritualità abbia influenzato la figlia Emilie e, indirettamente, il piccolo Carl. Jung stesso ricordava come la sua infanzia fosse segnata dalla sensazione di vivere in un mondo in cui il confine tra visibile e invisibile appariva permeabile, aperto a presenze e simboli (Jung, 1961/2011).
Le esperienze infantili di Jung sullo spiritismo: la sua testimonianza.
Di seguito riporto uno dei passaggi più significativi in cui Jung, nella sua autobiografia, descrive in prima persona le esperienze vissute durante l’infanzia nell’atmosfera spiritica che permeava la casa familiare. In queste pagine Jung restituisce con grande intensità il clima emotivo, simbolico e psicologico che segnò i suoi primi anni di vita:
“l’atmosfera notturna per me andava divenendo sempre più tenebrosa: accadevano fatti di ogni genere, incomprensibili e allarmanti. I miei genitori dormivano separati, e io dormivo con mio padre. Dalla porta che conduceva nella camera di mia madre venivano influssi paurosi, e lei stessa la notte mi appariva strana e misteriosa. Una notte vidi venire dalla sua porta una figura evanescente, luminosa, la cui testa si staccò dal busto e prese a ondeggiargli davanti, sospesa nell’aria, come una piccola luna; poi subito spuntò un’altra testa, che a sua volta si staccò, e così di seguito, per sei o sette volte. Avevo incubi notturni, sognavo strani oggetti che ora apparivano grandi, ora piccoli: per esempio vedevo una piccola palla, lontano, che un po’ alla volta si avvicinava, aumentando di proporzioni, fino a diventare una cosa mostruosa, opprimente; oppure vedevo fili telegrafici, con uccelli posati sopra, e poi i fili divenivano sempre più grossi, fino a che la paura, aumentando anch’essa, non mi faceva svegliare. Questi sogni preludevano ai cambiamenti fisiologici della pubertà, ma avevano avuto un precedente quando avevo circa sette anni. Ero ammalato di pseudocroup, e avevo crisi di soffocazione; una notte, durante un attacco – ero ai piedi del letto, col capo riverso sulla sponda, mentre mio padre mi sorreggeva sotto le braccia – vidi, sopra di me, un cerchio azzurro luminoso, grande come una luna piena, nel quale si muovevano figure dorate, che mi parvero angeli. Questa visione si ripeté più volte, e ogni volta calmava la mia paura di soffocare, che però si ripresentava negli incubi notturni. In questo fatto riconosco un elemento psicogeno: l’atmosfera spirituale cominciava a essere soffocante.”
Alla luce di questo retroterra familiare – una madre con sensibilità medianica, un nonno teologo visionario, un clima domestico ricco di simboli, sedute e misteri – diventa più comprensibile la precoce attenzione di Jung verso i fenomeni psichici e il mondo dell’inconscio. Ciò che per altri appariva come “occulto”, Jung imparò fin da piccolo a considerarlo una manifestazione dell’interiorità: un linguaggio dell’anima che avrebbe poi esplorato con rigore scientifico, trasformando quell’eredità spirituale in psicologia analitica.
Il rigore scientifico di Jung di fronte all’occulto
Contrariamente a quanto spesso si crede, Jung non fu mai uno “spiritualista” nel senso popolare del termine. Egli esplorò con grande rigore ciò che definiva “fenomeni occulti”, interpretandoli come espressioni profonde dell’attività psichica inconscia. Per Jung, dunque, i fenomeni medianici non andavano idolatrati né negati: dovevano essere compresi. Erano simboli viventi, manifestazioni spontanee che offrivano informazioni preziose sui conflitti interiori, sulle scissioni psichiche e sulle immagini archetipiche che emergono in condizioni di trance o alterazione dello stato di coscienza (Shamdasani, 2003).
Dalla medianità alla psicoterapia: un’eredità trasformata
Oggi sappiamo che le manifestazioni allora considerate spiritiche possono essere comprese come fenomeni psichici: simbolizzazioni, dissociazioni, parti interiori che trovano voce attraverso l’immaginazione attiva o stati di trance leggera. Jung trasformò questo retroterra familiare e clinico in una tecnica psicologica innovativa, l’immaginazione attiva, attraverso la quale una persona può ristabilire un dialogo con figure interiorizzate, comprese quelle dei propri defunti. Dopo la perdita di una persona cara, infatti, possono rimanere “dei sospesi”, emozioni non elaborate o dialoghi interrotti che continuano a generare sofferenza psichica. Jung comprese che un incontro simbolico con queste figure poteva offrire un modo per integrare il trauma, ricucire un legame interrotto o affrontare contenuti rimossi (Jung, 1961/2011). La sua intuizione era che questi incontri interiori, se vissuti in un contesto terapeutico sicuro, potessero favorire la cura del malessere derivante da lutti improvvisi, relazioni interrotte o traumi affettivi. Non si trattava di spiritismo, ma di psicoterapia: un processo simbolico e profondo in cui la psiche ritrova una voce e una via di guarigione.
Le riflessioni postume di Jung sul significato dei suoi sogni e i fenomeni di medianità
Successivamente, da adulto, Jung analizzò molti aspetti della sua infanzia, in particolare le esperienze in cui si intrecciavano fenomeni psichici e manifestazioni che molti consideravano occulte. Queste riflessioni gli permisero di sviluppare ulteriormente la sua teoria e le tecniche psicoterapeutiche. Nella sua autobiografia, Ricordi, sogni, riflessioni, Jung descrive dettagliatamente un sogno significativo, riportato nel capitolo VII, che illustra il modo in cui la sua esperienza familiare e i simboli psichici influenzarono la sua comprensione del mondo interiore
“Tutti i problemi che mi interessavano o personalmente o da un punto di vista scientifico furono accompagnati o preannunciati da sogni, e cosi anche questo della coniunctio. In uno di questi sogni immagini singolari e inattese accennarono ad esso insieme con il problema del Cristo. Sognai di nuovo che la mia casa aveva una grande ala annessa, nella quale non ero ancora mai stato. Mi risolvevo ad andarci, e finalmente vi entravo. Giungevo a una grande porta a due battenti, l’aprivo, e mi trovavo in una stanza dove era installato un laboratorio. Dirimpetto alla finestra vi era un tavolo pieno di molti vasi di vetro e di tutte le dotazioni di un laboratorio zoologico. Era la stanza da lavoro di mio padre, ma egli non c’era. Alle pareti vi erano scaffali contenenti centinaia di recipienti di vetro con dentro ogni specie immaginabile di pesci. Ero sbalordito: «Così, adesso mio padre si occupa di ittiologia!» Stando lì e guardandomi intorno notavo una tenda che di tanto in tanto ondeggiava, come se soffiasse un forte vento. Improvvisamente appariva Hans, un giovane campagnolo, e gli dicevo di andare a vedere se fosse aperta una finestra nella stanza dietro la tenda. Andava, trattenendosi un certo tempo, e quando ritornava gli leggevo un’espressione ci terrore sul viso. Diceva soltanto: «Si, c’è qualcosa, ci sono gli spiriti!» Allora andavo io stesso, e trovavo una porta che conduceva nella camera di mia madre. Non c’era nessuno. L’atmosfera era inquietante. La stanza era molto grande, e sospese al soffitto c’erano due file di cinque casette ciascuna, a circa due piedi dal pavimento. Sembravano piccole casette da giardino, di circa due metri quadrati di superficie, e ognuna conteneva due letti. Capivo che questa era la stanza dove mia madre – che in realtà era morta da molto tempo – era visitata dagli spiriti, e che aveva preparato questi letti perché essi vi dormissero. Erano spiriti che giungevano a coppie, coppie di sposi spettrali, per così dire, che vi trascorrevano la notte o anche il giorno. Di fronte alla stanza di mia madre c’era una porta; l’aprivo ed entravo in una vasta sala, che mi ricordava la hall di un grande albergo. Era arredata con poltrone, tavolini, colonne, e tutto il fasto solito in simile luogo. Una banda di ottoni suonava rumorosamente; avevo sempre sentito la musica sullo sfondo, ma senza sapere da dove proveniva. Nella hall non vi era nessuno, eccetto la banda, che suonava motivi di danza e di marce. La banda degli ottoni nella hall allude a un’ostentata gaiezza e mondanità. Nessuno avrebbe sospettato che dietro questa chiassosa facciata ci fosse l’altro mondo, proprio nello stesso edificio. La hall del sogno era, per così dire, una caricatura della mia bonomia o giovialità mondana. Ma questo era solo l’aspetto esteriore; dietro si nascondeva qualcosa di ben diverso, che non poteva essere indagato con il fragore della banda: il laboratori dei pesci e le casette sospese degli spiriti. Erano entrambi dei posti impressionanti nei quali dominava un misterioso silenzio. Avevo la sensazione che ivi fosse il regno della notte, mentre la hall rappresentava il mondo della luce del giorno con la sua superficiale mondanità. Le immagini più importanti nel sogno erano la «stanza di soggiorno degli spiriti» e il laboratorio dei pesci. La prima esprimeva, in un modo piuttosto farsesco, la coniunctio; il secondo indicava il mio pensiero rivolto al Cristo, che è egli stesso il pesce. Si trattava di due argomenti intorno ai quali mi sarei affaticato per più di un decennio. È da notare che l’affaccendarsi con i pesci era attribuito a mio padre. Nel sogno egli era un curatore di anime cristiane, che secondo un’antica tradizione sono i pesci presi nella rete di Pietro. È anche degno di nota che nel sogno mia madre apparisse come custode di anime dei defunti. Così tutti e due i miei genitori apparivano incaricati della cura animarum, che in effetti era veramente compito mio. Qualcosa era rimasto incompleto e perciò si trovava ancora latente nell’inconscio, e quindi riservato per il futuro.”
In questo lungo sogno, Jung racconta come i suoi interessi personali e scientifici fossero spesso anticipati da immagini oniriche che preannunciavano temi centrali della sua vita e della sua teoria, in particolare la “coniunctio”, ossia l’unione degli opposti. Nel sogno, esplora un’ala della sua casa mai visitata prima, trovando stanze sorprendenti: un laboratorio zoologico, con vasi contenenti ogni specie di pesci, e una stanza dedicata agli spiriti, in cui coppie spettrali soggiornavano come se fossero vivi. Questi elementi rappresentano simbolicamente il mondo interiore e il compito psichico che Jung avrebbe affrontato nella vita adulta: i pesci come riferimento al Cristo e alla cura delle anime, la madre come custode dei defunti, il laboratorio e le casette sospese come spazi dell’inconscio. La hall luminosa e mondana contrasta con il silenzio e il mistero dei luoghi nascosti, evidenziando la dicotomia tra vita esteriore e vita interiore. Attraverso il sogno, Jung identifica i compiti che lo attendono, osservando la connessione tra esperienza personale, simboli archetipici e vocazione psicologica. In sintesi, il passo mostra come i sogni guidino la coscienza verso la comprensione dei processi interiori e della missione individuale, rivelando l’intricato legame tra vita quotidiana, eredità familiare e lavoro psichico.
Conclusione: le forze psichiche profonde e i fenomeni medianici espressioni simboliche dell’inconscio
L’interesse di Jung per i fenomeni occulti non fu dunque un semplice episodio giovanile, né un capitolo marginale della sua formazione, ma un terreno psicologico fertile che accompagnò tutta la sua vita, intrecciando esperienza personale e ricerca scientifica. Le atmosfere medianiche della famiglia Preiswerk, la sensibilità della madre Emilie e le visioni del nonno Samuel fornirono a Jung un primo linguaggio simbolico attraverso cui interpretare l’invisibile. L’incontro con la cugina Helene, poi, trasformò quelle esperienze infantili in oggetto di osservazione clinica, inaugurando un metodo di indagine che avrebbe condotto alla nascita della psicologia analitica (Ellenberger, 1970; Jung, 1902/1983). Proprio perché cresciuto in un ambiente in cui il confine tra il mondo visibile e quello invisibile era costantemente attraversato, Jung sviluppò una sensibilità unica nel riconoscere nei fenomeni medianici non prodigi soprannaturali, ma espressioni simboliche dell’inconscio. Questa intuizione gli permise di comprendere che l’essere umano è attraversato da forze psichiche profonde, capaci di manifestarsi attraverso sogni, visioni, immagini interiori e stati alterati di coscienza (Jung, 1934/1983). L’esperienza familiare non fu quindi un destino, ma un seme che Jung seppe trasformare creativamente: un retaggio spirituale che divenne strumento terapeutico e modello teorico. In questa prospettiva, il percorso di Jung mostra come ciò che inizialmente appare “occulto” possa essere ricondotto alla dimensione più autentica dell’anima, e come la comprensione delle proprie radici simboliche possa diventare la base di un lavoro psicologico profondo e trasformativo (Jung, 1961/2011).
Bibliografia
Ellenberger, H. F. (1970). The discovery of the unconscious. Basic Books.
Jung, C. G. (1902/1983). Psicologia e patologia dei cosiddetti fenomeni occulti. In Opere, Vol. 1. Bollati Boringhieri. (Opera originale pubblicata nel 1902)
Jung, C. G. (1934/1983). Gli archetipi e l’inconscio collettivo. Bollati Boringhieri. (Opera originale pubblicata nel 1934)
Jung, C. G. (1961/2011). Ricordi, sogni, riflessioni. Rizzoli. (Autobiografia postuma basata sui manoscritti originali del 1957–1961)
Shamdasani, S. (2003). Jung and the making of modern psychology: The dream of a science. Cambridge University Press.
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